Esteri

India, i marò dopo Tommaso e Elisabetta?

L'ergastolo cancellato ai due italiani accusati di omicidio potrebbe essere un test per provare a mettere la parola fine anche alla vicenda dei fucilieri

Carmelo Abbate

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E se dietro l’annullamento repentino della sentenza di condanna all’ergastolo nei confronti di Tommaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni ci fosse la volontà delle autorità indiane di testare il terreno per mettere poi la parola fine alla spinosa vicenda dei marò? La domanda è legittima, proviamo a spiegare il perché.

Partiamo dalla vicenda dei due italiani accusati dell’omicidio di un loro compagno di viaggio, Francesco Montis, e condannati all’ergastolo nel febbraio 2010 al termine di un processo lacunoso durante il quale le indagini difensive avevano di fatto smontato le prove dell’accusa. Tommaso ed Elisabetta erano finiti in prigione, nel “District Jail” di Varanasi, ammassati insieme con altri 3 mila detenuti, in spazi angusti dentro stanzoni con 140 reclusi, con temperature di 50 gradi, senza ventilatori, senza acqua corrente né medicine, corrente elettrica alternata e stuoie sul pavimento al posto dei letti. Cinque anni vissuti così, fra avvocati mancanti, scioperi, festività induiste che fanno saltare udienze. Cinque anni durante i quali Tommaso e Elisabetta non hanno mai smesso di scrivere lettere con le quali hanno ribadito la loro innocenza, ma respinte al mittente dalla giustizia che non ha mai preso in considerazione le domande di libertà su cauzione.

 


Fino a che, di colpo, per fortuna, con meno di 20 parole, la giudice della corte suprema indiana R.Banumathi ha ribaltato tutto: “La sentenza dell’Alta Corte di Allahabad è messa da parte. Gli autori dell’appello siano subito rimessi in libertà”. Che poi a voler essere pignoli, Tommaso ed Elisabetta sono ancora in prigione perché l’ordine di scarcerazione partito dalla corte di New Deli non è ancora arrivato al carcere di Varanasi. Ma visto il contesto è meglio non cercare il pelo nell’uovo.

Intanto, questa vicenda ci fa capire da un lato la leggerezza, per non dire assurdità, di un sistema giudiziario dove la corte suprema appare come l’organo ultimo che ribalta sentenze a piacimento per valutazioni che sembrano in qualche modo caldeggiate, per non dire suggerite, dal potere politico. Dall’altro ci lascia ben sperare per un esito positivo non più remoto della vicenda dei nostri fucilieri Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, accusati dell’omicidio di due pescatori durante uno scontro a fuoco tra la petroliera Enrica Lexie e il peschereccio S. Anthony avvenuto nel febbraio 2012.

Ricordiamo, al di là dei fatti specifici, e degli errori iniziali e successivi commessi dal comandante della petroliera e dall’allora governo italiano, che alla base delle posizioni adamantine assunte dalle autorità indiane c’era, certamente allora, un forte sentimento di ostilità dell’opinione pubblica contro gli italiani, il popolo della mal sopportata Sonia Gandhi. Alla quale gli indiani hanno rinfacciato di tutto, compresi affari sporchi con amici, nostri connazionali, accusati perfino di traffico d’armi.

Per capire l’aria che si respirava in quei mesi a New Deli, basterebbe chiedere a quei diplomatici costretti a rimanere chiusi dentro gli alberghi con la guardia armata fuori a proteggerli dalla gente inferocita. Tutto ciò mentre si "combatteva" senza esclusione di colpi la battaglia della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2014, con Rahul Gandhi, figlio di Sonia, contrapposto al nazionalista hindu Narendra Modi, che ha vinto ed è diventato il nuovo primo ministro.

Da subito, Modi si è adoperato per abbassare i toni, senza far passare l’impressione di mostrarsi debole o addirittura piegarsi alle pressioni diplomatiche degli italiani. Ma tutti sanno che Modi non ha alcun interesse a trascinare la vicenda dei marò all’infinito. La questione va chiusa e la soluzione non può che essere politica, perché la paventata strada dell’arbitrato internazionale è lunga e infinita, e non conviene a nessuno.

Ecco allora la vicenda dei due italiani in carcere per omicidio, ai quali la giustizia aveva sempre sbattuto le porte in faccia, e che ora invece, con decisione in qualche modo auspicata, potrebbe essere stata una sorta di test per capire se il livello dell’ostilità dell’opinione pubblica contro l’Italia si è abbassato o è soltanto dormiente. Da questo punto di vista, c’è da registrare la quasi totale assenza di polemiche successive alla pronuncia della corte suprema, anche se, va ricordato, nessuno in India ha mai mostrato interesse per i due ragazzi accusati di aver ucciso un loro compagno di viaggio. Ma non va sottovalutato neppure il benestare della corte suprema alla permanenza di Massimiliano Latorre per altri tre mesi per motivi di salute. Piccole ma significative aperture.

Se questa chiave di lettura fosse sensata, preso atto di una situazione ambientale migliore, a questo punto Modi potrebbe giocare d’anticipo e fare in modo che una eventuale decisione favorevole ai marò non venga presa dall’opinione pubblica come il cedimento delle autorità indiane di fronte alle pressioni dell’Italia. Una pronuncia della corte suprema come quella contro Tommaso ed Elisabetta suonerebbe come un prendere atto che la giustizia ha soltanto fatto il suo corso.

 

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