Esteri

Il silenzio di Putin sulle conseguenze del caso Skripal, spiegato bene

L'ennesima dimostrazione di un "monarca assoluto" mai come oggi così potente, dentro e fuori dai propri confini

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Luciano Tirinnanzi

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Il silenzio di Vladimir Putin delle ultime settimane, dopo che cioè ha conquistato il quarto mandato presidenziale che lo ha proiettato nell'Olimpo dei presidenti più longevi dei nostri tempi, non deve destare sospetti o alimentare speculazioni sulle reali motivazioni che lo hanno spinto a non commentare - se non attraverso piccate dichiarazioni del Cremlino affidate ai noti portavoce e con l'azione di risposta di espellere 150 diplomatici occidentali e chiudere il consolato americano a San Pietroburgo - le ultime mosse della diplomazia occidentale, particolarmente quella britannica, relativamente alle nuove espulsioni di numerosi diplomatici di Mosca.

Una volta di più, infatti, l'Occidente disegna una strategia zoppicante nel tentare di frenare la ritrovata aggressività russa, che dal Medio Oriente ha spostato all'Europa il nuovo campo d'azione e mosso le prime pedine di quella che appare una nuova fase strategica che punta alla destabilizzazione politica delle cancellerie europee, attraverso quello che gli analisti abitualmente chiamano soft power ma che tanto soft poi non è".

Una strategia su più fronti

Il suo "disegno imperiale" muove in molteplici direzioni: dall'Europa del Nord ai Balcani, fino alla Libia, che per le note ragioni è legata da un filo rosso all'Europa meridionale e all'Italia in particolare.

Il Cremlino, che applica alle relazioni internazionali le medesime pazienti strategie tipiche dei giocatori di scacchi, comprende benissimo la difficoltà attuale delle democrazie europee e più in generale delle ideologie occidentali di fronte alle sfide che le elezioni, l'opinione pubblica e i media occidentali pongono loro in questi tempi incerti, e alimenta come può tali incertezze.

Vladimir Putin, inoltre, non ha di questi problemi.

Acquisita la presidenza con un plebiscito, silenziata ogni opposizione con la violenza e ridimensionata la minaccia degli oligarchi - da sempre spina nel fianco del presidente ex KGB - con ogni mezzo possibile, adesso non deve più guardarsi dalle sfide in casa propria (fatta salva l'esigenza imprescindibile di migliorare il tenore di vita dei propri cittadini) e può nuovamente proiettare all'estero il proprio ego politico, con la serenità di un monarca assoluto.

I limiti dell'Europa

Intanto l'Europa, orfana di leader di peso e ostaggio di populisti e sovranisti che guardano a Mosca con sincero favore, quando non con vera e propria ammirazione e, consapevolmente o meno, favoriscono i giochi politici russi, non ha una contro-strategia e non sa opporre altro che ricette politiche che tuttavia sanno d'antico, come appunto e' l'espulsione di diplomatici.

In definitiva, si tratta di una mossa cieca e controproducente perché, per esempio dal punto di vista dell'intelligence, lascia "al buio" gli inquirenti.

Come noto, infatti, i servizi segreti seguono con attenzione le mosse dei diplomatici russi, le cui "residenture" ovvero le sedi diplomatiche, sono stazioni di osservazione e di azione per i propri agenti d'influenza.

Ora, espellere in blocco numerosi esponenti del governo di Mosca che certamente erano tenuti sotto osservazione da tempo e di cui l'intelligence conosceva abitudini e frequentazioni, significa azzerare il lavoro di anni e dover ricominciare da capo, dando a Mosca un vantaggio operativo, per il fatto che i nuovi arrivi potranno ricostruire i propri network con la certezza di non essere ancora schedati o monitorati.

Il gioco è noto da sempre e, seppure sembra ricondurre alla narrativa della Guerra Fredda, in realtà corrisponde a un modus operandi immutabile in ogni quadrante geopolitico di qualsiasi Stato che fa della diplomazia la propria longa manus per condizionare la politica locale.

I vantaggi alla Russia

In Europa, in particolare, l'obiettivo del Cremlino resta la destabilizzazione dei governi chiave e l'intrusione in ogni campo d'azione in cui Washington, Londra e Berlino trovano un vantaggio geoeconomico: energia, armi, influenza politica in primis.

Per agire al riparo da occhi indiscreti, pertanto, a Mosca non servono le roboanti dichiarazioni che tanto piacciono ai media occidentali, né serve scoprire le proprie carte.

La logica russa è agire nel riserbo più assoluto e negare anche di fronte all'evidenza le accuse che i governi europei gli rivolgono (vedo il caso Skripal, la spia avvelenata con agenti nervini): questa la sola condizione in grado di garantire operatività ed efficacia ai suoi uomini, che ormai hanno costruito una fitta rete d'influenza nell'intero continente, senza doversi preoccupare delle regole internazionali.

A Vladimir Putin piace condire questa ricetta imparata durante gli anni della dittatura sovietica con sagace ironia: "Tutte le controversie verranno risolte in forma politico-diplomatica preservando, ovviamente, gli interessi nazionali. È un po' come l'amore - ha dichiarato a poche ore dalla vittoria presidenziale - entrambi i membri della coppia devono essere interessati al bene della relazione. Da parte nostra possiamo assicurare che faremo tutto il possibile per risolvere le crisi in modo diplomatico".

Il che, per restare in metafora, significa due cose: la Russia ama sinceramente l'Europa e sa di non poterne fare a meno, mentre invece l'Europa è combattuta nei sentimenti che prova verso il vicino di casa e non corrisponde appieno le avances russe. Anche perché il terzo incomodo americano non ammette flirt di alcun tipo.

Al contempo, come spesso accade agli amanti respinti, Mosca reagisce ora con razionalità ora con aggressività, alimentando il sospetto che questo sia un "amore impossibile".

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