Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

La rivalità tra francesi e italiani ha, come noto, radici storiche ineliminabili tali che ciclicamente riaffiora per ricordarci, semmai lo avessimo scordato, che sono più le cose che ci separano che non quelle che ci uniscono. Tutto questo nonostante l’abbattimento delle frontiere nazionali, in nome e per conto dell’Europa unita. Un abbattimento teorico, purtroppo, visto che quando c’è da ripristinare i valichi frontalieri, i solerti francesi non si tirano mai indietro, mentre ogni qual volta c’è da distribuire gli oneri del comune destino europeo, Parigi nicchia o agisce esclusivamente pro domo sua.

 Lo abbiamo visto accadere una volta di più in questi giorni, a Ventimiglia, con i migranti respinti alla frontiera da schiere di gendarmi indefettibili inviati dall’Eliseo. La motivazione? Il ministro dell’Interno francese Bernard Cazeneuve sostiene che la responsabilità dei migranti “è solo dell’Italia, che deve far rispettare le regole europee in materia di asilo secondo quanto stabilito dai regolamenti di Dublino”, che assegnano gli oneri dei richiedenti asilo al Paese dell’UE nel quale i migranti si sono registrati.


Lo spirito che animò i giorni di Charlie Hebdo è durato giusto il tempo di una passeggiata per il centro di Parigi…

Sarà il loro carattere superbo, sarà l’eccesso di zelo nell’applicare le regole o l’idiosincrasia per le furbizie italiche, ma il modus operandi della Francia quando si tratta di condividere azioni congiunte con l’Italia è sempre lo stesso. Diffidenza e disinteresse. Lo spirito che animò i giorni di Charlie Hebdo, insomma, è durato giusto il tempo di una passeggiata a braccetto per il centro di Parigi, per la gioia dei fotografi. Dopodiché, ognun per sé e Dio per tutti.

Da un lato, infatti, il governo Hollande dimostra di non voler accondiscendere al piano Renzi-Mogherini sulla “redistribuzione obbligatoria delle quote” per un’accoglienza più equa dei profughi tra i Paesi membri, una proposta che Roma ha portato a Bruxelles in ragione del fatto che l’Italia non può farsi carico da sola di quello che è certo un problema di tutta Europa.

Dall’altro, in seno all’UE si studiano piani curiosi, come quello enucleato dal Commissario UE Dimitris Avramopoulos che, alla vigilia del Consiglio dei ministri degli Interni in corso a Lussemburgo, ha inviato ai governi nazionali una lettera in cui propone: “Per assicurarsi che gli irregolari siano effettivamente rimpatriati, si dovrebbe ricorrere all’incarcerazione, come una legittima misura di ultima istanza”. Insomma, tutto fuorché l’accoglienza.

Chi abbia ragione in questa diatriba non è facile a dirsi, poiché il dramma del Mediterraneo e la paura degli europei nei confronti degli stranieri, giustificano in parte le prese di distanza. Più facile sarebbe ricordare chi ha comunque una parte di colpa – la mente torna ai jet francesi che bombardano Tripoli e ai loro agenti segreti che inseguono Gheddafi fin dentro i tombini di Sirte per stanarlo e giustiziarlo – ma sarebbe solo un esercizio di stile autoassolutorio e inutile al dibattito. Del resto, chi è senza peccato…

 

Così, ci troviamo al punto dal quale siamo partiti. Con una rivalità immanente che oppone Francia e Italia in ogni tavolo di discussione e con veti incrociati che mettono continuamente i due Paesi l’uno contro l’altro, proprio nel momento storico in cui o l’Unione Europea si salda o si sfascia definitivamente. Ironico che il caso sia scoppiato proprio in quel lembo di terra che un tempo parlava italiano, e che fu ceduto ai francesi come sacrificio geopolitico per poter realizzare la nostra unità.

 

E poi ci sono un premier italiano orgoglioso e fiero che promette “faremo da soli” e un ministro dell’Interno in balìa degli eventi, mentre nei comuni e nelle regioni italiane (che hanno dovuto far fronte all’emergenza migranti, nonostante tutto) montano il caos e l’indignazione.

 Stride, in questo braccio di ferro transfrontaliero, l’atteggiamento della Germania, regina d’Europa. Il governo di Angela Merkel, in quel di Lussemburgo, ha giustamente ricordato che solo nel 2014 ha ricevuto una cifra di rifugiati record, pari a 250mila unità, e si attende per il 2015 un numero ancora maggiore.

 


 

La Germania, tanto criticata in ambito europeo – spesso anche a ragione – per le sue austere ricette economiche, resta comunque il primo Paese europeo e il secondo al mondo per ospitalità (dati Ocse 2014). Un esempio di correttezza istituzionale e di accoglienza reale, che dovrebbe far riflettere tanto Roma quanto Parigi, quando salgono in cattedra a stigmatizzare i comportamenti dell’una o dell’altra parte.

I capricci italo-francesi sono sulla bocca anche di Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, che ha recentemente criticato i Paesi europei contrari al meccanismo delle quote dei profughi in discussione: “è chiaro che alcuni Paesi membri seguono freddamente solo i propri interessi. A ben guardare, sono solo 4 i Paesi che si assumono il carico maggiore. Penso che il 90% di tutti i profughi vengono accolti da 10 Paesi. Gli altri 18 non fanno nulla”.

Tra questi, ovviamente, non c’è né l’Italia (terza, quanto a quote d’accoglienza UE) né la Francia (seconda, dietro la Germania). Il che significa che forse Roma e Parigi condividono più di quanto pensano. E, invece di litigare come due scolaretti indisciplinati, dovrebbero governare l’Agenda UE imponendo soluzioni condivise, in forza dei numeri che assegnano loro una fetta consistente di voti, tanto al Parlamento (dove siedono in massa nello stesso gruppo, il PSE) quanto al Consiglio UE, e in forza delle alte percentuali di accoglienza che si sobbarcano da anni.

Meglio soprassedere alle malignità di Charles De Gaulle, che di noi diceva sprezzante “L’Italia non è un paese povero, è un povero paese” e puntare piuttosto agli esempi di modestia che ci vengono da tanti Paesi (“poveri” ma non di spirito) come il Libano che, senza frignare tanto, a fronte di una popolazione di meno di 6 milioni di abitanti e un territorio grande come le Marche, solo di profughi siriani finora ne ha accolti non decine o centinaia di migliaia, ma un milione e duecentomila. Le soluzioni dunque esistono, basta non fingere che non sia così.

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