Hong Kong: perché i giovani protestano

Minacciati dal capo del Governo che chiede la fine delle proteste, non arretrano: oltre al suffragio universale, chiedono maggiore autonomia dalla Cina

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Giovani manifestanti in Nathan Road, arteria nel cuore del distretto di Kowloon a Hong Kong, 29 settembre 2014 – Credits: Alex Ogle/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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C'è chi la chiama la piccola Tiananmen, ma i leader di Occupy Central ci tengono a sottolineare di avere le idee molto più chiare dei loro cugini cinesi. Sanno benissimo cosa significano libertà, democrazia, e rispetto della parola data, e dicono di essere pronti a sopportare qualsiasi sacrificio per convincere Pechino ad ascoltarli. Ma il problema è che nessuno ha intenzione né di dar loro la parola né, ovviamente, di assecondarli. E se alle prime barricate la polizia ha risposto con i gas lacrimogeni, già questa notte il capo del Governo di Hong Kong, Cun-ying Leung ha chiesto la "fine immediata delle manifestazioni in corso".

Non è detto che, presto, per dissolvere del tutto il movimento che sta paralizzando da giorni il cuore finanziario della città, le forze dell'ordine si ritrovino costrette a ricorrere alle armi.

Siamo ad Hong Kong, la colonia britannica che nel 1997 è stata trasformata in Regione amministrativa speciale da Margareth Thatcher e Deng Xiaoping. Quell'angolo di Cina che ha sempre vissuto con il mito di essere speciale, libera, indipendente. E in effetti Hong Kong lo è stata, anche se forse sarebbe più appropriato sostenere che ha potuto esserlo fino a quando Pechino non ha annunciato che il tempo delle sperimentazioni era finito, intervenendo per "rimetterla in riga" prima che si ribellasse del tutto.

 

Hong Kong e la Cina hanno sempre avuto un rapporto speciale. Per le strade della città il terrore dell'invasione è sempre stato palpabile. Pochi lo ammettono, ma tanti a ridosso della fatidica data della restituzione, quindi poco meno di vent'anni fa, da Hong Kong sono scappati perché convinti che Pechino avrebbe imposto usi e costumi propri all'isola, trasformandola nell'ennesima regione in cui cancellare ogni forma di libertà e autonomia, ricorrendo anche alla violenza, se necessario. Ebbene, guardando quello che sta succedendo nelle strade di Hong Kong oggi, con la polizia che carica sulle barricate costruite dagli studenti e dai loro professori, verrebbe da dire che sta succedendo oggi ciò che era stato previsto allora. E chi conosce bene la città non può che temere il peggio, perché la situazione è davvero sfuggita di mano un po' a tutti.

Nel 2047 Hong Kong diventerà a tutti gli effetti territorio cinese

Quello del suffragio universale è un pretesto. La popolazione è scesa in piazza perché si è resa conto che Pechino è ormai pronta per fagocitarla. Prima le ha rubato la libertà di stampa, poi quella di decidere autonomia i programmi scolastici, e infine, dopo aver smesso di stare attenta a nominare governatori in qualche modo graditi agli abitanti dell'isola, ha persino annunciato che non rispetterà quanto stabilito nel trattato con cui è stata negoziata la restituzione alla Cina dell'ex colonia britannica. Del resto, lo stesso trattato stabilisce che nel 2047 Hong Kong diventerà a tutti gli effetti territorio cinese, e il Regime di certo non può permettersi di ritrovarsi a dover dialogare con un territorio autonomo e indipendente

Hong Kong, immagini della protesta

Hong Kong, immagini della protesta – Credits: Lam Yik Fei/Getty Images

Se rinunciamo anche questa volta non avremo perso una battaglia ma la guerra, perché se Pechino avrà la meglio Hong Kong morirà Un attivista a Central

Pechino ha esagerato a imporsi così tanto così in fretta, così come Hong Kong ha sbagliato a credere di essere così "speciale". I nodi sono venuti al pettine con la questione del suffragio universale perché la Cina non ha potuto fare a meno di escluderlo rinnegando gli impegni presi nel '97. Atteggiamento che ha chiarito alla popolazione dell'isola, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, quanto gli spazi di autonomia siano destinati a essere soppressi del tutto. Ecco perché sono in piazza. "Se rinunciamo ora non avremo perso una battaglia ma la guerra, perché se Pechino avrà la meglio anche questa volta Hong Kong e tutto quello che questa meravigliosa città rappresenta moriranno", spiega un ragazzo incontrato tra Central e Admiralty, due dei quartieri coinvolti nella protesta.

La storia insegna che quando il dialogo degenera in scontri tenere la situazione sotto controllo è difficile, e la vera paura è che, con nessuna delle due parti disposta a cedere, questo difficilissimo confronto possa ulteriormente degenerare. 

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