Esteri

Gli Stati Uniti non credono al disarmo della Corea del Nord

Come in passato Pyongyang gioca sulla paura del Sud della guerra e sfrutta i colloqui per guadagnare tempo nella costruzione di nuove armi

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Chiara Degl'Innocenti

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Poche ore dopo il primo summit tra i leader della Corea del Nord e del Sud, avvenuto nel giugno 2000, l'allora ambasciatore americano a Seul inviò a Washington un cablo segreto secondo cui quei colloqui avrebbero potuto rappresentare due possibilità senza precedenti. La prima, ridurre le tensioni nucleari nella penisola coreana, la seconda essere un tranello per il Sud se solo avesse messo in discussione il motivo per cui vi era un dispiegamento di truppe americane sul proprio territorio.

Come racconta l’Economist, proprio quel messaggio inviato dopo lo storico incontro di diciotto anni fa, e di recente declassificato e pubblicato dall'archivio di sicurezza nazionale presso la George Washington University, mai come in questo momento offre invece un tempestivo promemoria per il governo americano riguardo a un regime totalitario, spregiudicato e profondamente ostile, come la Corea del Nord, che si definisce pronta a un’apertura.

La diffidenza degli Stati Uniti

Tutto ciò aiuta a comprendere il tono cauto adottato dal presidente Donald Trump dopo quello che è emerso dal colloquio del presidente Moon Jae-in con il giovane dittatore Kim Jong-un nell’annunciare il piano per un nuovo incontro inter-Corea ad aprile.

Secondo Rex Tillerson, capo diplomatico di Trump, il tentativo della Corea del Nord di costruirsi un vero e proprio arsenale nucleare è solo "un modo per minacciare la pace mondiale". Una risposta gelida da parte degli Stati Uniti ma da cui traspare tutta la diffidenza nei confronti di un Paese che fino ad oggi ha saputo solo minacciare con armi di distruzione di massa. E nonostante la delegazione sudcoreana, guidata dal presidente della sicurezza nazionale del presidente Moon Jae-in, sostenga che il Nord ha "chiaramente affermato" il suo impegno a non usare le proprie armi nei confronti del sud della penisola, Tillerson ha invitato il mondo intero a isolare e a fare pressioni sulla Corea del Nord per fermare "i suoi programmi illegali di missili balistici e nucleari, nonchè le attività di proliferazione, comprese le sue armi esporta in Africa ".

L'esperinza passata

E come riporta l’Economist, “se si torna al cablo segreto trasmesso nel 2000, la cautela di Trump e Tillerson diventa più facile da capire”. Quel primo summit aveva portato il defunto padre di Kim Jong-un, Kim Jong-Il, faccia a faccia con il presidente della Corea del Sud, Kim Dae Jung mentre l’America all’epoca osservava preoccupata. E ancora, "l’irrazionale euforia" dei sudcoreani sulle prospettive di un'imminente "grande risoluzione" della crisi, il volto "fiducioso" di Kim Jong-Il che debuttava sorridente sul palcoscenico mondiale a Pechino, non potevano bastare e non bastarono a portare la pace.

Adesso, tutto ritorna. Kim sembra diverso dal "degenerato" pazzo playboy "dipinto per anni nei media del Sud"e la situazione si ripropone uguale.

Le ragioni del Sud

Anche se la Corea del Sud ha evidenti ragioni per desiderare la pace sulla penisola, Seul si trova nel raggio d'azione dell’artiglieria settentrionale capace di sparare anche 10mila colpi al minuto, oltre che sotto il fuoco delle armi chimiche e biologiche del Nord. Inoltre gli Stati Uniti sanno che Pyongyang gioca sul forte desiderio del Sud di ottenere la pace utilizzando incontri e colloqui per guadagnare tempo nella costruzione di nuove armi. I due precedenti vertici inter-Corea, del 2000 e del 2007, hanno infatti ottenuto ben poco a livello di disarmo garantendo invece denaro per sostenere un processo di nuclearizzazione.

Secondo Joseph De Trani, ufficiale della Cia dal 2003 al 2006 e principale negoziatore americano per i colloqui tra Stati Uniti, Cina, Giappone, Corea del Sud, Corea del Nord e Russia, intervistato dall’Economist sostiene che “questo ramo d'ulivo nordcoreano sia solo un segno che le sanzioni inflitte a Kim Jong-un sono diventate molto pesanti e stanno isolando sempre più il Paese”.

Non solo. I servizi segreti suggeriscono che la Corea del Nord sia disposta a disarmare le sue bombe in cambio di garanzie americane sulla sicurezza. Il giovane leader nordcoreano ha l’obiettivo di negoziare "in modo paritario" il ritiro del suo programma missilistico e lo stop sui test di quella che sembrerebbe essere una bomba all'idrogeno in suo possesso.

Nessuna denuclearizzazione

"Non vi è alcuna indicazione che la Corea del Nord sia disposta a denuclearizzare", ha detto De Trani all’Economist. "I nordcoreani hanno lavorato a partire dagli anni '50 per acquisire armi nucleari". Gli Stati Uniti hanno una conoscenza diretta di ciò che significa quando la Corea del Nord parla di “garanzie sulla sicurezza”. Numerosi gruppi di lavoro, dal 2003 al 2005 (con sei colloqui in quell’ultimo anno), hanno preparato il terreno per una dichiarazione congiunta scritta in cui Pyongyang prometteva di abbandonare tutte le armi nucleari mentre l'America affermava di non avere intenzione di attaccare o invadere il Nord. Parole al vento visto che nel 2018 le due Coree stanno ancora discutendo dello stesso tema e ben pochi passi sono stati fatti. Ma la sicurezza di ogni Paese, si sa, è ben più di un pezzo di carta. E tutti gli incontri valgono poco se non c’è la volontà di un vero cambiamento.

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