Redazione

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16 marzo 2017

Nuovo e pesantissimo smacco per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che vede un giudice federale delle Hawaii bloccare temporaneamente su base nazionale anche il secondo "bando" sull'immigrazione, la versione "rivista e corretta" del controverso provvedimento, a poche ore dalla sua prevista entrata in vigore.

Il giudice Derrick Watson ha giudicato il testo discriminatorio sulla base della nazionalità affermando che danneggerebbe i cittadini dello Stato in quanto impedirebbe loro di ricevere visite da parenti provenienti dai sei Paesi a maggioranza musulmani interessati dal provvedimento.

Si imputa inoltre al "bando" un possibile danno al settore turistico per le Hawaii e limiti nella possibilità di accogliere studenti e lavoratori stranieri.

Il presidente Donald Trump è furioso e promette questa volta di andare fino in fondo, fino alla Corte Suprema. "Il pericolo è chiaro, la legge è chiara, il bisogno per il mio ordine esecutivo è chiaro. Lotteremo e vinceremo" ha reagito durante un comizio a Nashville, in Tennessee, definendo la decisione del giudice un "abuso senza precedenti".

Fino a lasciare intendere di preferire comunque il primo ordine esecutivo "quello che volevo. Questa non è altro che una versione annacquata", ha detto.

Il nuovo testo era stato presentato dall'amministrazione Trump lo scorso 6 marzo dopo che l'ordine esecutivo firmato il 27 gennaio scorso - un venerdì - scatenando il caos in molti degli aeroporti del Paese e innescando la protesta immediata, era stato sfidato in tribunale, impugnato da una manciata di stati prima, poi bloccato da un giudice federale di Seattle, in fine bocciato anche da una corte d'appello federale in California.

A quel punto Trump aveva d'impulso minacciato di andare fino in fondo ("Ci vediamo in tribunale" twitto' subito), ovvero fino alla Corte Suprema. E non mancò di scagliarsi contro i giudici accusandoli di essere politicizzati. Ma smaltita la rabbia per lo smacco aveva poi poi prevalso la scelta di rivedere il testo, riscrivendo le parti considerate più controverse e promettendo a quel punto che nulla si sarebbe trovato più da obiettare. Cosi' però non e' stato, non per ora.

Nonostante il "nuovo bando" riduca da sette a sei i paesi a maggioranza musulmana interessati, cancellando dalla lista l'Iraq in risposta alle preoccupazioni espresse dal Pentagono circa le possibili ripercussioni nel rapporto con il governo iracheno in particolare per il suo impegno nella lotta all'Isis.

La nuova versione inoltre non prevede più lo stop all'ingresso negli Usa per coloro in possesso di carta verde e visto. Eliminata anche la parte in cui si garantiva un particolare trattamento per i cristiani

14 febbraio 2017

Dopo il caso di Ann Donnely, il giudice federale di New York che per prima aveva sollevato la questione della costituzionalità del cosiddetto bando antimusulmani e quello di  James Robart, il giudice federale di Seattle che lo scorso 3 febbraio aveva sospeso temporaneamente il travel ban contenuto nell'ordine esecutivo di Donald Trump nei confronti dei rifugiati e dei cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana  (Iran, Siria, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen e Libia), un altro magistrato, questa volta della Virginia, ha concesso una ingiunzione preliminare che preclude all'amministrazione Trump di attuare il bando sugli ingressi negli Stati Uniti. Quest'ultima ingiunzione, disposta della corte distrettuale Leonie Brinkema, ad Alexandria, è di natura più permanente rispetto alla sospensione californiana, sebbene si applichi esclusivamente nello Stato della Virginia.

La richiesta di sospendere l'executive order era stata avanzata dal procuratore generale della Virginia  su base nazionale, menzionando i danni che un simile bando avrebbe causato allo Stato e citando il caso di un migliaio di studenti e decine di docenti delle università locali ai quali è stato impedito di far ritorno negli Stati Uniti. Il giudice ha limitato la sua decisione a livello statale affermando che l'ordine restrittivo scaturito dalla causa intentata dallo Stato di Washington risponde già in gran parte a quanto richiesto dalla Virginia. Inoltre quest'ultima causa non riguarda la parte dell'ordine esecutivo relativa ai rifugiati.



7 febbraio 2017 - Una nuova pesante sconfitta per il presidente Donald Trump impartita dai magistrati. Il bando all'immigrazione da sei Paesi islamici, varato dal presidente lo scorso 27 gennaio, resta sospeso.

E' il verdetto unanime della Corte d'Appello federale del nono circuito, con sede a San Francisco, chiamata a pronunciarsi sulla sospensione del bando decisa venerdì scorso dal giudice federale di Seattle, James Robart, di nomina repubblicana.

Robart ha accolto il ricorso di due stati, Washington e Minnesota, riaprendo le frontiere a tutti gli immigrati, compresi quelli provenienti da Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen.

Trump ha immediatamente annunciato ricorso, probabilmente presso la Corte Suprema, mentre il dipartimento di Giustizia ha fatto sapere che sta "valutando" le sue "opzioni".

"Ci vediamo in tribunale. E' in gioco la sicurezza della nostra nazione", è stato l'immediato commento - via Twitter - del presidente Donald Trump, scritto tutto a lettere maiuscole. "Vinceremo il caso, penso molto facilmente", ha poi dichiarato nella sala stampa della Casa Bianca, rimarcando che si è trattato di una decisione "politica".

"Il governo non è riuscito a dimostrare che la sospensione del provvedimento rechi un danno irreparabile", è stata la motivazione della sentenza dei giudici della Corte d'Appello di San Francisco.

E' stato notato, in particolare, come "il governo non sia stato in grado di fornire prove sul fatto che immigrati provenienti dai Paesi inclusi nell'ordine abbiano compiuto atti terroristici negli Stati Uniti. Piuttosto che fornire prove - è stato l'affondo dei giudici - la posizione assunta dal governo è stata quella di sostenere che noi non dobbiamo revisionare in alcun modo le sue decisioni".

Il tweet di Trump sembra suggerire che intenda ricorrere direttamente alla Corte Suprema.

Il rischio, per il presidente, è che il conservatore Neil Gorsuch, scelto per sostituire il defunto Antonin Scalia alla Corte Suprema, non riesca ad insediarsi in tempo per votare su questo caso, visto che gli manca ancora la conferma del Senato.

Al momento i giudici della più alta Corte americana sono otto, quattro conservatori e quattro liberal.

Se il voto finisse alla pari, resterebbe in piedi la decisione della Corte d'Appello del Nono Circuito e cioè la sospensione del bando.

Un'altra possibilità è che il governo degli Stati Uniti chieda all'intera Corte d'Appello di San Francisco di pronunciarsi ma la sua fama di tribunale più liberal del Paese non la fa apparire un'opzione ottimale per il presidente.

Alla causa promossa dai due stati, Washington e Minnesota, se ne sono aggiunti altri 16, tra cui California e New York, oltre che un centinaio di grandi aziende.

Almeno altri 20 ricorsi sono stati presentati presso tribunali di altri stati. 

"Tre a zero" è stato il commento laconico dell'ex rivale democratica di Donald Trump alla presidenza, Hillary Clinton.

L'ex segretario di Stato, via Twitter, ha tenuto a sottolineare la decisione unanime dei tre giudici della Corte d'Appello federale del nono circuito chiamati a pronunciarsi sulla sospensione del bando. Si tratta di Michelle Friedland, scelta dal presidente Barack Obama, William Canby, scelto da Jimmy Carter e Richard Clifton nominato da George W. Bush

5 febbraio
Il blocco al bando per gli ingressi negli Usa per chi proviene da sette paesi a maggioranza musulmana resta in vigore: una corte d'appello federale ha infatti respinto il ricorso del dipartimento di Giustizia con il quale l'amministrazione americana chiedeva di fatto che la sospensione disposta da un giudice federale di Seattle venisse revocata.

Ed è un nuovo schiaffo per il presidente Donald Trump, che pure si era mostrato determinato e sicuro nel contrattacco, in una battaglia legale che adesso sembra difficile risolvere in tempi rapidi. "Vinceremo. Per la sicurezza del Paese, vinceremo", aveva detto poco prima il presidente degli Stati Uniti in smoking per il gala della Croce Rossa a Mar-a-Lago, mostrandosi fiducioso davanti ai giornalisti.

Ignaro che da lì a breve la Corte d'Appello di San Francisco avrebbe inflitto un'altra battuta d'arresto al suo iper-decisionismo.

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La corte d'Appello federale di San Francisco ha infatti chiesto sia allo Stato di Washington sia all'amministrazione Trump di presentare entro domani pomeriggio argomenti aggiuntivi a sostegno ognuno della propria causa.

È un terreno pressochè inesplorato dal punto di vista giuridico e in pochi azzardano a questo punto previsioni. Si profila tuttavia la possibilità - per alcuni la certezza - che il caso giunga alla Corte Suprema, se e quando il fulcro della questione dovesse concentrarsi sulla costituzionalità del provvedimento voluto da Trump. Lasciando quindi ancora ampio spazio al dibattito tutto politico che fino ad ora è stato scandito dai tweet attraverso i quali il tycoon ha scatenato la sua ira contro i giudici.

James Robart in particolare, il magistrato di Seattle che ha bloccato l'ordine esecutivo firmato dal presidente, che prima Trump ha apostrofato come un "cosiddetto giudice" e poi ha accusato di "aprire il nostro Paese a potenziali terroristi e altri che non hanno a cuore i nostri interessi. I cattivi sono molto contenti!", ha scritto ancora nell'ultimo messaggio apparso su Twitter.

Il suo vice Mike Pence lo ha difeso: "Il popolo americano è ben abituato a questo presidente che parla fuori dai denti e in modo molto diretto", ha osservato. Cercando allo stesso tempo di attenuare i toni affermando che il riferimento di Trump al 'cosiddetto giudice' federale non mina la separazione dei poteri sancita dalla Costituzione.

È questa infatti la critica adesso più diffusa, ovvero la facoltà di controllo del potere giudiziario sull'autorità del presidente. Al centro c'è però anche l'imbarazzo di un Congresso in difficoltà davanti a qualcosa che puo' sfociare in una crisi costituzionale.

La prima reazione dall'estero al congelamento del bando è stata quella di Teheran, che ha revocato il divieto di iscrizione degli atleti americani ai Mondiali di wrestling in programma a Kermanshah il 16 e 17 febbraio, deciso venerdi' scorso in risposta all'ordine esecutivo di Trump. L'agenzia di stampa semi-ufficiale Fars ha citato il portavoce del ministero degli Esteri Bahram Ghasemi per spiegare che il divieto di ingresso degli atleti Usa e' stato revocato dopo che le "restrizioni discriminatorie" che riguardavano i cittadini iraniani in viaggio verso gli Stati Uniti e' stato sospeso.

4 Febbraio - COSA HA FATTO IL GIUDICE ROBART

James Robart, giudice federale di Seattle, sospende il divieto imposto agli immigrati di sette paesi e il limiti all'accettazione dei rifugiati

Un giudice federale statunitense, a Seattle, ha sospeso in maniera temporanea e su tutto il territorio nazionale il divieto che il presidente Donald Trump ha imposto agli immigrati di sette Paesi a maggioranza musulmana e ai rifugiati. È una decisione che ha obbligato il governo a comunicare alle compagnie aeree che possono accettare di nuovo tutti i passeggeri.

IL giudice è James Robart della Corte federale del Western District dello Stato di Washington, nominato a suo tempo da George W. Bush.

La Casa Bianca ha annunciato che gli avvocati presenteranno "il prima possibile" un ricorso contro la sentenza del giudice."L'ordine (esecutivo) - dice il governo di Trump - ha l'obiettivo di proteggere il Paese e il presidente ha il dovere costituzionale e la responsabilità di proteggere gli americani".

Il blocco rappresenta la prima sfida concreta al governo e una vittoria politica per i Democratici, i cui ministri della giustizia negli Stati di Washington e Minnesota avevano presentato la denuncia che ha provocato adesso la sospensione.

La sospensione decisa dal giudice Robart è temporanea che vige fino a quando Robart prenderà una decisione definitiva sulla legalità dell'ordine presidenziale o fino a che una istanza giudiziaria superiore a cui si rivolga il governo, come il tribunale d'Appello o la Corte Suprema come ultima istanza, non decida di rimuoverla.

La decisione di Robart, riguarda in particolare due parti dell'ordine esecutivo di Trump: la sospensione per 90 giorni dell'ingresso negli Usa di persone provenienti da uno dei sette paesi e prevalenza musulmana (Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria, Yemen); e i limiti nell'accettazione dei rifugiati, in particolare "qualsiasi limite che dia priorità alle richieste di rifugiati appartenenti ad alcune minoranze religiose".

Chi è James Robart
James L. Robart, il giudice federale che ha sfida Donald Trump, è nato a Seattle 70 anni fa.

E proprio nella sua città ha emesso la sentenza più controversa bloccando temporaneamente su base nazionale il divieto di ingresso imposto dal presidente Usa a tutti i cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana.
Dopo essersi specializzato alla Georgetown Law School, dove era anche direttore del giornale dell'università, Robart ha cominciato a lavorare nello studio legale Lane Powell Moss & Miller, di Seattele, di cui è diventato partner.
La svolta arriva nel 2004 quando l'allora presidente George W. Bush lo nomina giudice federale. Ma oltre alla sua carriera di giudice Robart si è sempre dedicato alla sua grande passione, il volontariato.
È stato presidente e finanziatore dell'associazione Seattle Children's Home, che si prende cura di bambini con disagi mentali e ha lavorato anche con un'altra ong, la Children's Home Society di Washington, che si occupa di famiglie indigenti.

I colleghi e gli amici lo descrivono come una persona "generosa e con un forte senso della comunità". Durante il suo percorso si è inoltre spesso occupato di difendere profughi e rifugiati, soprattutto provenienti dal sud est asiatico perché, sostiene, il compito della giustizia è "dare una nuova opportunità a chi ha subito un torto".

"Aiutare persone che hanno bisogni immediati che tu riesci a risolvere è la più grande soddisfazione del mio lavoro nella giustizia", ha dichiarato nel suo discorso prima che fosse riconfermato.
Non è la prima volta che Robart finisce sotto i riflettori. Lo scorso agosto, durante un processo su un caso di eccessiva violenza da parte della polizia di Seattle, il giudice pronunciò la frase 'Black lives matter', slogan del movimento per i diritti degli afroamericani.
Il video di Robart in aula che si schiera con gli attivisti neri è diventato virale nelle ultime ore.
(Ansa, Agi, The New York Times)

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