Esteri

La Giordania nella guerra allo Stato Islamico

Per battere l’ISIS servono una strategia credibile e una grande campagna militare, anche di terra. Se Amman interviene da sola, però, rischia di fallire e creare una spaccatura nel paese

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Luciano Tirinnanzi

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Secondo fonti provenienti dal mondo arabo, la Giordania avrebbe iniziato i preparativi per attacchi di terra in territorio iracheno. Appresa la notizia con le dovute cautele e filtrate le comunicazioni della propaganda, è acclarato che il governo di Amman abbia ormai sciolto le riserve e deciso di partecipare ancor più attivamente alla guerra internazionale contro lo Stato Islamico.

In seguito al terribile video che ha mostrato la morte del pilota giordano Kassasbeh, Re Abdullah II ha percepito l’indignazione e la profonda ferita inferta al suo popolo da parte di miliziani dell’ISIS, così come sente crescere la preoccupazione per il futuro del suo regno, al geograficamente al centro della crisi.

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Così, il Re ha scelto di andare oltre i consigli di palazzo e di non guardare più alle statistiche che individuano in un troppo sottile 60% la parte di popolazione giordana che vede il Califfato come un male e solo nel 30% la parte che associa al terrorismo i miliziani di Jabhat Al Nusra (ovvero il gruppo di jihadisti legati ad Al Qaeda che combattono in Siria al fianco dello Stato Islamico, secondo un patto di reciproco interesse).


 

La situazione politica in Giordania
La Giordania, Stato costituzionale a maggioranza quasi esclusivamente sunnita (semplificando, la stessa parte religiosa di ISIS) è da tempo attraversato da forti tensioni politiche. Sulla tenuta politica e sociale pesano in particolare il ruolo dei numerosi salafiti, ovvero coloro che più di tutti si battono per l’imposizione della Sharia come legge di Stato, e l’attivismo della branca giordana del movimento internazionalista iperreligioso dei Fratelli Musulmani, anch’essi convinti della primazia della legge sharaitica.

A questi soggetti destabilizzanti, re Abdullah e il suo primo ministro laico, Abdullah Ensour - master alla Michigan University e dottorato alla Sorbona - hanno deciso di rispondere con la fermezza tipica delle tribù beduine (di cui anche il pilota ucciso faceva parte), secondo cui “il sangue può essere lavato solo con altro sangue”.

Detto fatto, l’aviazione giordana ha colpito Mosul e Raqqa, le due capitali dello Stato Islamico, e i caccia hanno poi sorvolato il villaggio natale del pilota ucciso in omaggio al suo nome. Un segnale forte alla popolazione di come la Giordania non si lasci intimorire da nessuno.

L’esercito regio starebbe inoltre attuando una serie di manovre militari che contemplano anche un attacco via terra. Amman dispone oggi di circa 110mila unità e 60mila riservisti. Una forza notevole per infliggere eventualmente pesanti sconfitte agli uomini del Califfato, che non superano le 50mila unità se considerati nel loro insieme. Ma la realtà non è così semplice e un intervento di terra potrebbe provocare un vero e proprio terremoto in Medio Oriente.

Se, infatti, Amman si dice pronta a tutto e considera gli strike aerei “solo l’inizio”, va detto che dalla coalizione internazionale si sono però già sfilati gli Emirati Arabi Uniti e molti altri alleati mugugnano circa le prospettive di un’intensificazione della guerra, della quale non si possono prevedere gli esiti. Tra questi, gli altri Paesi del Golfo e la Turchia.

La strategia del Pentagono
Certamente, la partecipazione di Amman è un fatto positivo ed è il risultato di un lungo lavoro diplomatico statunitense - quando il Re ha ricevuto la notizia dell’uccisione del pilota si trovava giusto negli Stati Uniti - ma il Pentagono sa che prima di tutto deve rivedere la strategia sin qui adottata.

Il Generale Stewart, direttore della Defence Intelligence Agency, ritiene ad esempio che lo Stato Islamico “continua a radicarsi e consolidare le proprie posizioni nelle aree sunnite dell’Iraq e della Siria, così come continua a portare la lotta anche al di fuori di queste aree”.

Secondo una corrente interna alla Difesa, aver puntato tutto sull’Iraq - “Iraq first” è stato a lungo il motto di Washington D.C. - abbandonando la Siria a se stessa, si è rivelato un grave errore tattico, seppure ciò abbia permesso di salvare almeno Baghdad dall’avanzata delle armate del Califfo Al Baghdadi.

Sul versante siriano, il Califfato sinora non ha trovato grande opposizione se non a Kobane, che però resta una storia a sé. Adesso, la molteplicità delle parti in lotta - i ribelli laici del Free Syrian Army, Jabhat Al Nusra, ISIS e l’esercito regolare di Assad - non consente di pianificare alcuna strategia o stringere alleanze credibili, perché manca chiarezza anzitutto sull’obiettivo finale e sul futuro del presidente Bashar Al Assad, che rappresenta un baluardo dello sciismo nella regione ed è sostenuto da Iran e Russia.

Senza la Siria non c’è Iraq
Se molti Paesi sunniti mal sopportano le atrocità dello Stato Islamico, d’altra parte non desiderano nemmeno combattere per rafforzare le minoranze sciite dell’area. Nel frattempo lo Stato Islamico, perfettamente consapevole delle tradizionali divisioni che il mondo arabo musulmano vive al proprio interno, ha cancellato i confini di Siria e Iraq e raggiunto in buona parte il suo scopo, approfittando anche dell’indecisione degli Stati Uniti.

I caccia del Pentagono continuano a rovesciare bombe su bombe nei territori del Califfato mentre i generali del Dipartimento della Difesa si dicono ottimisti circa l’eradicazione dell’esercito di Al Baghdadi. Eppure, in privato i vertici del Pentagono si mostrano assai pessimisti sulle reali possibilità degli eserciti sul campo di riprendere le città irachene di Tikrit e Mosul, così come di altri grandi centri sottratti al governo di Baghdad durante la scorsa estate. Inoltre, i comandanti inviati sul campo stimano che la formazione delle forze governative irachene stia andando troppo lentamente e che ogni giorno che passa cresce tra le truppe la paura di essere catturati e di fare la fine del pilota arso vivo. Segno che i video dei miliziani sunniti hanno fatto breccia.

Senza una strategia coerente, dunque, neanche l’esercito di Giordania potrà servire appieno alla causa e anzi, rischia di scatenare una spaccatura all’interno della prudente monarchia costituzionale sunnita, che regna dal 1950 ed è l’unico Paese del mondo arabo insieme all’Egitto ad aver riconosciuto Israele.

Senza liberare la Siria non c’è un futuro per l’Iraq e viceversa. Per sciogliere questo dilemma, c’è bisogno di un cospicuo esercito e di una grande campagna militare che spazzi via le incertezze e la minaccia di un’area di crisi permanente.

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