Falchi israeliani contro Netanyahu

Li ha legittimati e voluti lui al governo. Ma ora i duri gli presentano il conto. E gli chiedono di lanciare un'operazione su vasta scala a Gaza. Perché Hamas ha detto no alla tregua - 10 domande a Netanyahu - Il conflitto dalla A alla Z

Benjamin Netanyahu

Anna Momigliano

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Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, è sotto attacco. Non da Hamas, che pure ha rifiutato la proposta di cessate il fuoco egiziana e continua a lanciare razzi contro Israele. E neppure dall'opposizione di sinistra, che pure lo accusa di avere contribuito a creare un clima tesissimo, nel paese. Ad attaccare Netanyahu, in questi giorni, sono i membri più nazionalisti della sua stessa coalizione, che gli rinfacciano di essere troppo morbido nei confronti dei palestinesi. E non sono affatto d'accordo con l'accordo per il cessate il fuoco approvato in una riunione speciale del governo martedì mattina, con un voto a maggioranza. I falchi che Bibi ha voluto con sé adesso gli si stanno rivoltando contro.
La sera prima Naftali Bennet, ministro dell'economia nonché leader del partito più vicino ai coloni, La Casa Ebraica (HaBayt Hayehudì), aveva fatto sapere di essere contrario al cessate il fuoco. Qualche giorno prima Avigdor Lieberman, leader della formazione Yisrael Beytenu (“Israele è casa nostra”), aveva annunciato una scissione con Likud di Netanyahu: pur restando formalmente due partiti, Likud e Yisrael Beytenu si erano presentati uniti alle elezioni e nel parlamento israeliano costituivano un unico gruppo, ma Lieberman ha deciso di scioglierlo a causa della linea di Netanyahu su Hamas, giudicata troppo “morbida”.
È la prima volta, negli ultimi anni, che il primo ministro sembra in difficoltà con l'ala destra della sua coalizione. L'opposizione e l'ala più moderata del suo partito aveva spesso criticato Netanyahu per la decisione di allearsi con elementi dichiaratamente nazionalisti. La sinistra rimprovera a partiti come “La Casa Ebraica” e “Israele è casa nostra” di diffondere una certa retorica incendiaria nei confronti degli arabi, che avrebbero contribuito a creare il clima di tensione che ha portato all'omicidio di Mohammed Abu Khdeir, l'adolescente arabo bruciato vivo da tre giovani ebrei dieci giorni fa: i tre, arrestati, hanno confessato invocando però l'infermità mentale. Poco tempo prima Ayelet Shaked, la numero due della “Casa Ebraica”, aveva dichiarato: «questa non è una guerra contro il terrorismo, questa è una guerra tra due popoli, e il nemico sono i palestinesi». Se si tiene conto del fatto che il 20 per cento della popolazione israeliana è composta da arabi (molti dei quali cominciano a identificarsi come “palestinesi con cittadinanza israeliana”, o “palestinesi del 1948”) non è una dichiarazione da poco. Anche all'interno del Likud, gli elementi più moderati – come per esempio il nuovo presidente Reuven Rivlin e il ministro dell'interno Gideon Sa'ar – mal digeriscono l'alleanza con Lieberman e Bennet.
Finora Netanyahu era riuscito a gestire le differenze all'interno del suo governo: considerato un fautore della linea dura sulla questione delle colonie e della sicurazza, come Bennet e Liberman, però non ha mai condiviso i loro toni, specie nei confronti dei cittadini israeliani di etnia araba. È anzi probabile che proprio il clima di tensione che si era creato in Israele dopo l'assassinio dei tre adolescenti ebrei rapiti in Cisgiordania, e la successiva uccisione di Mohammed, abbia indotto il primo ministro a moderare toni e azioni. Nella settimana immediatamente successiva al ritrovamento dei corpi senza vita di Eyal, Nafatli e Gilad, Netanyahu aveva evitato di lanciare un'operazione su vasta scala contro Hamas... mandando per questo su tutte le furie Lieberman. Poi però, quando lo scorso luglio Hamas ha dato via all'escalation lanciando 85 razzi in un sol giorno, lo stesso premier si è convinto a rispondere con la massima forza.
A differenza dei suoi alleati più oltranzisti, Netanyahu non era convinto affatto dell'utilità di una “ritorsione” contro Hamas. Per lui, almeno in questa fase, l'obiettivo era prima di tutto fermare i razzi. Per questo quando l'Egitto ha fatto la sua proposta in qualità di paese mediatore, il primo ministro israeliano è stato ben contento di approvarla. Adesso però i nodi con i suoi alleati stanno venendo al pettine. 

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