Alessandro Turci

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Le crisi che ultimamente stanno investendo alcuni Paesi dell’America Latina sono il preludio di un’Estate Sudamericana, stile Primavera Araba 2011?

Il comune denominatore è certamente simile, ma molto diverse sono la storia e le dinamiche sociali. Nelle primavere arabe la fallita modernizzazione succesiva all’indipendenza coloniale e la mancata transizione democratica delle élite al potere aveva esasperato le popolazioni, specie la fascia di giovani compresa tra i 19 e i 29 anni.

In America Latina invece una crisi economica specifica (il crollo del prezzo delle materia prime) e la corruzione di classi politiche sulle quali poggiavano indubbie speranze costituisce il mix delle diverse crisi che investono oggi Paesi come Venezuela, Brasile, Argentina e Colombia.

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Corruzione dappertutto
Cercare le ragioni delle attuali proteste nel fallimento della “ricetta liberale” sembra semplicistico, come d’altronde è sbrigativo sostenere che la “ricetta bolivarista” sia velleitaria.

Esposta in questi termini, la contrapposizione è ideologica e non aiuta a inquadrare il problema. Basterebbe citare il ruolo di un paio di multinazionali brasiliane, Odebrecht o Petrobras, per capire come la corruzione dei capi di stato sudamericani sia divenuto un sistema capace di digerire le differenze ideologiche. Sullo stesso “libro paga” di questi potentati troviamo infatti un campione del bolivarsimo come Maduro, la sinistra brasiliana da Lula a Rousseff fino a Temer, e una peronista come la ex Presidente argentina Kirchner.

Per ciascuno dei leader citati Odebrecht ha svolto la funzione di finanziamento illecito e money laundering nell’ordine dei milioni di dollari, ma potremmo aggiungere alla lista Alejandro Toledo, l’ex Presidente peruviano, o Juan Manuel Santos, presidente colombiano (reo confesso) o ancora i leader di Ecuador e Guatemala.

Export a picco
Il crollo dei prezzi nell’esportazione delle materie prime - un concetto che molti ribattono senza elencarle: parliamo di petrolio, rame, minerali ferrosi e soia - non basta da solo a spiegare la crisi economica e la contrazione del Pil.

Per chi ha memoria, la cosidetta scuola di Chicago (i celebri Chicago Boys) fallì con la sua ricetta ultraliberista applicata all’America Latina della fine degli anni Ottanta, quando il Continente usciva dalle dittature cercando un riscatto economico e sociale.

Oggi che il sogno delle tigri sudamericane svanisce - era Forbes a vedere nell’America Latina la nuova Cina - resta un certezza: il problema risiede nella pessima etica pubblica delle classi dirigenti - di qualsiasi segno politico - e negli scarsi anticorpi dei sistemi sociali.

Troppo poco si parla, infatti, della diaspora sudamericana causata dalle dittature militari (Cile, Argentina, Brasile, ma la lista è purtroppo più lunga) che ha eliminato fisicamente o costretto all’eslio le più promettenti intelligenze di una o due generazioni: parliamo dell’odierna fascia compresa tra i 50 e i 60 anni.

Queste generazioni cancellate avrebbero potuto costituire l’intelaiutura di classi dirigenti pluraliste capaci di gestire oggi, con diversi ruoli nell’amministrazione e nello Stato, la complessità delle sfide attuali.

La corruzione che sta travolgendo la sinistra brasiliana, come la delusione rispetto alle mancate promesse dell’argentino Macri, dimostrano la scarsa qualità di élite non educate al processo democratico (vedi Venezuela) e alla dialettica con la società civile sudamericana. Quest’utlima, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, non ha mai smesso di produrre intellettuali e voci critiche rispetto alle disuguaglianze sociali e alle contraddizioni che affliggevano il Continente nei primi anni Sessanta e sono arrivate, quasi immutate, a oggi.

Quando la corruzione dilaga e la risposta, come a Brasilia o a Caracas, è l’esercito contro i manifestanti, i vecchi fantasmi tornano ad agitare le vene aperte dell’America Latina e, probabilmente, dell’estate alle porte.

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