Corea del Nord: perché la vera pace è ancora lontana

I nodi da scogliere sono ancora tanti: dal trattato di pace ai dettagli della denuclearizzazione, dai rapporti col Giappone alla narrativa ufficiale nordcoreana

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Il leader nordcoreano Kim Jong-un con il Presidente del Sud Mon Jae-in a Panmunjom il 27 aprile 2018 – Credits: Korea Summit Press Pool/Getty Images

Claudia Astarita

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L'ottimismo di Seul è stato ampiamente confermato da quello che passerà alla storia come il vertice che ha permesso l'inizio di una nuova era nelle relazioni tra Corea del Sud e Corea del Nord. Non solo Kim Jong-un ha "attraversato" il confine al 38esimo parallelo col sorriso sulle labbra, non solo ha assicurato al Presidente Moon Jae-in che non lo sveglierà più nel cuore della notte con un test missilistico o nucleare.

I due leader hanno camminato mano nella mano (gesto molto comune in Corea tra gli amici più cari, anche se uomini), sono stati protagonisti di diverse cerimonie simboliche volte a rafforzare il senso di fratellanza all'interno della penisola, e, ancora più importante, si sono impegnati a rendere possibili i ricongiungimenti delle famiglie rimaste separate dalla guerra, a interrompere le iniziative di propaganda al confine, a ridurre la tensione militare sulla penisola e in particolare ad annullare la minaccia nucleare, a iniziare un dialogo che possa portare alla firma di un trattato di pace.

Per essere sicuri di andare avanti in maniera spedita, Moon Jae-in si è già impegnato a far visita a Kim a Pyongyang il prossimo autunno.

La guerra è finita?

Il commento di Donald Trump all'impegno di Seul e Pyongyang a firmare un trattato di pace entro la fine dell'anno e a costruire una penisola coreana libera dalle armi nucleari attraverso la completa denuclearizzazione è stato proprio questo: "La guerra coreana finirà! Gli Stati Uniti, e tutto il suo grande popolo, dovrebbero essere molto fieri di ciò che sta avendo luogo adesso in Corea!"

Osservando i risultati di oggi, verrebbe da chiedersi se i passi avanti appena compiuti non avrebbero potuto essere fatti prima.

L'era della pace

"Una nuova pagina, la storia inizia, un'era di pace", ha dichiarato Kim Jong-un, visibilmente emozionato. Ha persino ripetuto per ben due volte che "gli batteva forte il cuore". Ma fino a che punto possiamo essere certi che il giovane Kim sia cambiato? Siamo sicuri che scommettere su questa nuova era sia la scelta più saggia?

Un negoziato dall'esito ancora incerto

Senza dubbio siamo entrati in una nuova era in cui parlare con Kim Jong-un è possibile. E già questo è un grande passo avanti, perché solo grazie a dialogo e confronto può essere possibile trovare lo spazio per un compromesso. Tuttavia, la strada non è tutta in discesa, e le ragioni per cui potrebbe essere prematuro immaginare che la Corea del Nord sia diventata un partner "affidabile" sono tante.

Il problema del Trattato di pace

Chi firmerà il trattato di pace? L'armistizio del 1953 è stato firmato da cinesi, nordcoreani e americani (in rappresentanza del Comando delle Nazioni Unite), perché l'allora leader sudcoreano Rhee Syngman cercò in tutti i modi di opporsi alla fine delle ostilità. Quindi il trattato di pace tra chi sarà negoziato? Tra Xi Jinping, Kim Jong-Un e chi altro? Siamo sicuri che Moon Jae-in e Donald Trump non troveranno il modo non solo di sedersi al tavolo con Kim, ma anche di evitare che Pechino influenzi troppo il testo dell'accordo?

Il nodo della denuclearizzazione

Quella della denuclearizzazione è una strada tutta in salita. Per quanto i due leader si siano trovati d'accordo nell'idea di costruire una penisola "senza nucleare", il "senza nucleare" non necessariamente garantisce la denuclearizzazione "completa, verificabile e irreversibile" chiesta dagli Stati Uniti.

Washington ha sempre posto come condizione per negoziare "l'abbandono del nucleare", mentre Kim ha sempre preteso che la Corea del Nord fosse riconosciuta come potenza nucleare.

Esiste la possibilità di trovare un compromesso? L'unico possibile sarebbe quello di non riconoscere la Corea del Nord come paese nucleare in maniera ufficiale e accettare il congelamento dei test come garanzia di denuclearizzazione, perché Kim Jong-un di certo non ha intenzione di modificare di nuovo la Costituzione che lui stesso ha emendato per cancellare formalmente la capacità nucleare acquisita

Il ruolo del Giappone

I veri perdenti sullo scacchiere coreano sono i giapponesi, che oltre ad essere rimasti fuori dai giochi non sono nemmeno riusciti ad assicurarsi che almeno una delle parti coinvolte si facesse carico della protezione dei loro interessi, sul piano dell'economia, della sicurezza, ma anche del destino dei concittadini rapiti da Pyongyang negli anni '80.

Anzi, l'ennesimo smacco è arrivato proprio il giorno del vertice, quando Moon Jae-in ha servito la "Primavera del Popolo", una mousse al mango con disegnata una mappa della Corea unificata in cui compaiono anche le isole Dokdo, la cui sovranità è contesa con il Giappone, che le chiama invece Takeshima. Visto come stanno andando le cose, è difficile immaginare che Trump possa rischiare di far deragliare i negoziati sul nucleare per proteggere quello che, dal suo punto di vista, non solo un ammasso di rocce. 

La retorica della riunificazione

La sorella di Kim Jong-un, che da poco è stata nominata Rispettabile Prima Signora, non solo ha accompagnato Kim al 38esimo parallelo, ma ha approfittato del vertice per sollevare informalmente il tema della riunificazione.

Il comunicato finale formato dai due leader parla di amicizia, collaborazione, convergenza di interessi, ma non di riunificazione. Quindi che bisogno aveva Kim Yo-jong di parlarne in maniera così esplicita? E' possibile che, come hanno ipotizzato tempo fa gli americani, il vero obiettivo di Kim non sia la convivenza pacifica ma il dominio dell'intera penisola?

Segnali più o meno positivi

Nonostante tutti questi dubbi, i segnali positivi restano. Kim è stato il primo a mettere piede al Sud, il comunicato finale parla di Corea del Sud con la S maiuscola, quando fino a ieri Pyongyang si è sempre rifiutata di usare la maiuscola proprio per sottolineare la mancata volontà di riconoscere il Sud come nazione autonoma. Sulla stampa nazionale, però, non solo si continua ad usare la minuscola, ma proprio nel giorno del vertice è stato pubblicato un attacco fortissimo ai "conservatori coreani del sud che stanno facendo il possibile per minare il successo di un dialogo di portata storica", e nulla ancora è stato scritto sull'esito dell'incontro tra Kim e Moon.

I dubbi della popolazione

Per quanto nell'intera giornata di ieri siano rimasti sotto i riflettori solo i momenti di confidenza e i gesti volti a simboleggiare la volontà di costruire un futuro di pace e prosperità per la penisola coreana, non sono mancati attimi di imbarazzo. Lungo il confine, dove quando alcuni militari del Sud hanno cercato di stringere la mano ai colleghi del Nord sono stati ignorati (forse perché nessuno aveva dato loro istruzioni a riguardo), e al Sud, dove gruppi di attivisti hanno bruciato bandiere del Nord. "Fidarsi è difficile", hanno ammesso molti coreani. "Sarebbe bello poter credere nell'inizio di una nuova era, ma sta succedendo tutto così in fretta. Forse Kim ci sta di nuovo rendendo in giro".

L'incognita Trump

Trump si è detto molto contento dell'esito dell’incontro, ma ora spetterà a lui portare avanti la discussione sui due nodi più scottanti: trattato di pace e denuclearizzazione. Senza dubbio le diplomazie stanno già lavorando dietro le quinte, ma l'incontro tra il leader americano e quello nordcoreano sarà certamente molto più ingessato e formale di quello che abbiamo visto oggi.

Trump, però, sembra essere disposto a concedere un minimo di flessibilità al suo interlocutore coreano, quindi c'è da sperare che anche il loro incontro ruoti intorno a messaggi simbolici, e che le questioni di sostanza restino di pertinenza degli addetti ai lavori.  

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