Che cosa faranno i soldati italiani in Iraq

450 uomini saranno impegnati con compiti di scorta presso la diga di Mosul, a poche decine di chilometri dalla roccaforte Isis

A general view shows the Mosul dam on th

Un'immagine della diga di Mosul – Credits: AHMAD AL-RUBAYE/AFP/Getty Images

Barack Obama lo aveva preannunciato due giorni fa. L'Italia è pronta a fare la sua parte nella guerra contro l'Isis. Oltre ai 750 uomini già presenti sul terreno a Baghdad e nel Kurdistan iracheno (con comiti principalmente di addestramento) saranno schierati altri 450 soldati italiani, questa volta con compiti di scorta a protezione dei lavori di manutenzione e  avanzamento della strategica diga di Mosul, al confine con la Turchia, in una delle aree più turbolente dell'Iraq, a una trentina di chilometri  dall'omonima capitale provinciale caduta nelle mani dei miliziani dell'Isis nel giugno 2015. 

Si occuperà dei lavori di ricostruzione della diga una ditta di Cesena che ha vinto l'appalto, la Trevi, già attiva in Iraq nel 2008, quando fu siglato un accordo con la Iraqi Drilling Company per la fornitura di 6 impianti per la perforazione, per un valore di oltre 100 milioni di dollari.

Il rischio che questa diga  - che rifornisce l'acqua una vasta area nella zona settentrionale del Paese - possa crollare o comunque sia presa di mira dai miliziani islamisti è comunque molto elevato. È anche probabile secondo gli analisti che i nostri uomini, che pure hanno funzione di mera scorta armata,  possano essere coinvolti in combattimenti. Non siamo ufficialmente in prima linea, ma il salto di qualità rispetto alle classiche funzioni di addestramento dei peshmerga curdi è sotto gli occhi di tutti.

Mosul è una città di quasi due milioni di abitanti, la seconda dell'Iraq dopo la capitale Baghdad, punto strategico fondamentale dello scacchiere mediorientale, in un'area ricca di acqua e petrolio. L'operazione di riconquista della città, annunciata giornni fa con grande squilli di tromba dall'esercito di Baghdad, procede comunque a rilento. La stessa a diga sul Tigri dove invieremo i nostri soldati, la quarta più grande di tutto il Medioriente, era già ricaduta nelle mani dell'Isis il 7 agosto del 2014. Poi, qualche giorno dopo, riconquistata dalle forze curde sostenute dall'aviazione alleata. Per l'Italia, che ha recentemente ripreso il comando della missione Unifil in Libano per aiutare i francesi impegnati in Siria e in Mali, non sarà un compito facile.E la probabilità che dovremo versare il nostro tributo di sangue è comunque, questa volta, assai più elevato.


Le altre truppe italiane in Iraq
Già il ministro Roberta Pinotti a novembre aveva confermato l’invio di 170 addestratori che si sommavano ai 580 già presenti tra il Kuwait e l’Iraq, a Baghdad ed Erbil: con 750 effettivi più queste ulteriori 450 truppe, il contingente schierato in Iraq supera così per numero quelli dispiegati in Afghanistan e in Libano, dove sono presenti 1.100 nostri soldati sotto l’ombrello delle Nazioni Unite.

L’Italia è impegnata in Iraq nell’ambito dell’operazione denominata “Prima Parthica”, la missione militare più costosa all’estero, per la quale sono stati investiti complessivamente 200 milioni di euro nel 2015. “Prima Parthica” è iniziata il 14 ottobre del 2014, quattro mesi dopo la presa di Mosul da parte dello Stato Islamico. Obiettivo dell’operazione è fornire supporto operativo alle forze di sicurezza irachene, formare i soldati delle forze armate e gli agenti di polizia, contribuire alla messa in sicurezza dei confini nazionali.

Per l’operazione, l’Italia schiera il contingente europeo più numeroso per l’addestramento delle forze locali. A Baghdad sono impegnati 100 carabinieri. Mentre a Erbil, zona curda, finora sono presenti 200 addestratori italiani per la formazione di oltre 2mila peshmerga curdi sui 5mila totali formati dai trainer europei.

Il programma di addestramento su cui punta l’Italia prevede: azioni tattiche nei centri abitati, procedure per disinnescare ordigni rudimentali, tiro diretto di precisione con armi portatili (corso “sniper”), messa in sicurezza di caserme e campi di addestramento, utilizzo di mortai, comunicazioni via radio. Gli addestramenti vedono coinvolti circa 30 ufficiali curdi, istruiti anche sulle procedure e sulle metodologie dell’intelligence militare.

Dunque, oltre all’addestramento di truppe, i nostri militari avranno ora anche compiti di sorveglianza armata.

© Riproduzione Riservata

Commenti