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Brexit: Theresa May si salva, ma ora?

Il Parlamento inglese respinge la mozione di sfiducia ma si rischia ora il caos con l'Europa

BREXIT, IL PARLAMENTO BOCCIA L'ACCORDO DELLA MAY

Anna Maria Angelone

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Tutto come previsto anche questa sera. Theresa May è riuscita a superare la mozione di sfiducia chiesta dall'opposizione laburista pochi istanti dopo la bocciatura dell'accordo sulla Brexit a Westminster, nella drammatica serata di martedì 15 gennaio. Per una manciata di voti (325 no e 306 si), la premier britannica ha annunciato la volontà di andare avanti, impegnandosi ad avere colloqui con tutti i parlamentari e presentare subito un nuovo piano per la Brexit. Insomma, la May non getta la spugna ma deve ora trovare una maggioranza politica. E diventa più probabile il rinvio dell'uscita di Londra dall'Ue.

La sconfitta più pesante di un governo dal 1924.

La leader conservatrice aveva tentato il tutto per tutto, pur di salvare l'intesa raggiunta a novembre con l'Ue. Prima, dilazionando il voto di un mese dopo aver realizzato di non avere i numeri necessari. Poi, rinunciando a correre alle prossime elezioni per convincere la fronda interna (e più euroscettica) del suo partito. Infine, con un forsennato tour fra capitali europee e Bruxelles, per tentare di ritoccare l'intesa. Ma è stato tutto inutile. Martedì 15 gennaio la premier britannica è stata investita da un fiume in piena di 432 voti contrari (e appena 202 favorevoli) che ha sancito anche l'ennesima spaccatura del suo gruppo Tory: ben 118 i voti mancati all'appello fra i suoi colleghi conservatori. May, però, non aveva mostrato l'intenzione di dimettersi. Così, la palla era passata nel campo degli avversari.

I laburisti chiedono la sfiducia del governo.

Il leader laburista Jeremy Corbyn, intervenendo in aula subito dopo il rigetto del testo, l'ha definita «la più catostrofica sconfitta di Theresa May». Un batosta tale da non consentire di proseguire come se nulla fosse, dopo due anni di negoziati sfociati in un chiaro fallimento. Perciò, Corbyn aveva attaccato a testa bassa il governo ponendo la mozione di sfiducia. Ma fin da subito era apparsa una "mission impossible" perché difficilmente i conservatori si sarebbero divisi sulla leader.

Il rinvio della data o un'uscita senza intesa?

E così, a Londra, tutto torna punto e a capo. Che cosa accadrà ora? Dopo aver superato lo scoglio della sfiducia, la May si ripresenterà a Westminster, come richiesto dai parlamentari inglesi due settimane fa, con un piano alternativo. Di sicuro, diventa più verosimile una dilazione della data di uscita perché non ci sarebbero i tempi per fare tutto entro il 29 marzo. Ma la richiesta, che deve essere formalizzata e accettata all'unanimità dagli altri 27 partner Ue, pone un primo ostacolo: rinvio per fare che cosa? La May punterà a riaprire i termini dell'intesa raggiunta per ammorbidire ancora il testo, pur di ottendere il via libera? E qui spunta il secondo ostacolo: come la premier potrà trovare una maggioranza politica? È chiaro che una "soft Brexit" scontenterebbe ancora di più il malcontento della frangia euroscettica nel suo partito.

Su tutto, poi, incombe la spada di Damocle dell'Ue. Da Bruxelles, infatti, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha ribadito che non è possibile rinegoziare quanto concordato, profilando due sole possibilità: una dilazione (temporanea) per mettere tutto a posto o una Brexit senza accordo. Lo spettro che Downing Street vorrebbe scongiurare perché, come noto, farebbe male più a Londra che all'Ue. Ma se la leader conservatrice non era riuscita a convincere gli altri leader europei a ritoccare l'intesa un mese fa, che cosa potrebbe essere cambiato oggi? Tanto più che ormai si è aperta la campagna elettorale. E, soprattutto, le prospettive economiche nel Vecchio continente appaiono in peggioramento.

Incertezza anche sulle elezioni europee di maggio.

Il caos Brexit si fa sentire sui mercati finanziari e nel mondo del business che, come noto, non gradisce l'incertezza (e il suo prolungarsi). E ora potrebbe riverberarsi anche sulle elezioni europee. La mancata approvazione dell'accordo, infatti, apre uno scenario imprevedibile anche per il rinnovo dell'Europarlamento.

Il negoziatore della Brexit per l'Ue, il francese Michel Barnier, ne ha già discusso questa settimana con gli eurodeputati dello «Brexit Steering Group» (la commissione parlamentare per l'uscita del Regno Unito). E la conclusione è stata semplice: non si è mai verificato che un paese Ue uscisse dal club, tanto meno alla vigilia di elezioni. Quindi, non ci sono regole da seguire e tutto è, per così dire, da “inventare”. Insomma, un percorso molto incerto.

Un'eventuale dilazione dell'uscita innescherebbe inevitabilmente tre problemi. Il primo: il Regno Unito deve partecipare alle elezioni europee previste fra il 23 e il 26 maggio eleggendo suoi rappresentanti? E, se si, Londra può di fatto contribuire con i suoi voti a scegliere anche il nome del prossimo presidente della Commissione europea, se prevede di uscire pochi mesi dopo?

Il secondo problema riguarda il numero dei seggi. Come noto, a causa della Brexit, il totale degli eurodeputati è stato ridimensionato dagli attuali 751 a 705. Dei 73 scranni a Strasburgo oggi occupati dagli onorevoli britannici, 46 sono stati messi da parte per il futuro allargamento dell'Ue (più di un paese è in iter per l'ingresso) e i restanti 27 sono stati riassegnati fra gli altri partner. Ma l'intesa prevede che si mantenga l'attuale composizione fino alla permanenza effettiva del Regno Unito nell'Ue. Che cosa accade dei seggi ridistribuiti a paesi come Francia, Italia o Spagna? Ma soprattutto chi rinuncia ai seggi già ripartiti a livello di collegi come, per esempio, ha fatto l'Irlanda con l'approssimarsi della competizione elettorale?

Infine, come ha ricostruito Politico, quotidiano online americano, ci sono le questioni tecniche degli ultimi passaggi a Strasburgo: plenaria, lavori, ridistribuzione di minuti di intervento e, soprattutto, dei fondi ai gruppi parlamentari (tutto previsto finora senza più la presenza degli inglesi).

Insomma, da oggi al 29 marzo, a Londra tutto può ancora accadere. Comprese le elezioni anticipate o la richiesta di un secondo referendum sulla Brexit. L'ultimo rumour contempla anche una sorta di congelamento della Brexit, per rinviare tutto di almeno un anno. Insomma, alla fine, una «neverending Brexit».

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