Quelle che conducono a Raqqa e Mosul, capitali dello Stato Islamico in Siria e Iraq, non sono le uniche strade lungo le quali negli ultimi anni si sono fatti le ossa i jihadisti d’Occidente. Non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti, come confermano le esplosioni avvenute nella notte tra il 17 e il 18 settembre a New York e in New Jersey, le nuove leve jihadiste studiano e si attrezzano per farsi trovare pronte quando arriverà la chiamata al martirio da parte del Califfato.

Le palestre in cui i “lupi solitari” si addestrano al combattimento oggi si sono trasferite sul web, dove una rete sempre più capillare di siti, riviste specializzate (tra le più famose Dabiq e Inspire) e canali social - in pugno al ministero della propaganda dello Stato Islamico - ha ormai preso il sopravvento sui sermoni pronunciati dagli Imam radicali nelle moschee.

A teorizzare la nascita e l’evoluzione dei lupi solitari nella nuova galassia del jihadismo internazionale era già stato ancor prima dell’ascesa di ISIS Mustafa bin Abd al-Qadir Setmariam Nasar, ideologo meglio noto come Abu Musab al-Suri, in passato molto vicino a Osama Bin Laden. Nel sottolineare l’efficacia di piccole cellule o individui indipendenti, poiché sfuggono più facilmente alla sorveglianza dei “nemici”, al-Suri ha sempre posto l’enfasi sul diritto (che, secondo la legge islamica, è anche dovere) del musulmano alla resistenza e all’autodifesa contro l’aggressione occidentale e sionista, oltre che sull’importanza del sacrificio.

 Giovani immigrati

Il profilo tipo del lupo solitario da lui tratteggiato rispecchia quello dei giovani immigrati di seconda o terza generazione, nati principalmente in Francia, Gran Bretagna, Belgio, Germania e nei Paesi scandinavi (Svezia soprattutto) ma anche negli Stati Uniti, e cresciuti “in cattività” ai margini delle grandi metropoli. Come detto, la loro condivisione dell’ideologia jihadista da qualche anno a questa parte si consuma prevalentemente sul web, sui social network, sui siti e sulle riviste specializzate, dove bastano pochi click per imparare a costruire una bomba fatta in casa o imbottirsi di esplosivo in caso di chiamata al sacrificio.

 I primi a “dare l’esempio” in Europa erano stati il franco-algerino Mohamed Merah, autore di una serie di omicidi tra Tolosa e Mountauban prima di venire ucciso nel marzo del 2012, e Michael Adebolajo e Michael Adebowale, che nel maggio 2013 massacrarono a coltellate nel quartiere Woolwich a Londra un militare britannico. Altri hanno provato a fondare delle cellule autonome (“Sharia4Belgium”, “Jemat of Tehut and Jihad in Kosovo”), senza però essere capaci di radicarsi realmente nei territori in cui agivano, cosa che invece è riuscita a fare in Cecenia all’Emirato del Caucaso o, in un passato più lontano, il gruppo di Amburgo guidato da Mohamed Aṭṭa, l’uomo a capo degli attacchi dell’11 settembre.

 Attacchi a basso costo

Dai primi attentati in Francia del gennaio del 2015 contro la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, il Califfato ha spinto un numero sempre maggiore di lupi solitari a rinunciare alla “missione formativa” in Siria e Iraq e a puntare, piuttosto, al compimento di attentati nei Paesi in cui sono nati o cresciuti. Attacchi a “basso costo”, spesso sporadici e disorganizzati e proprio per questo motivo difficili da prevedere e annientare sul nascere. Una strategia che, soprattutto negli ultimi mesi, ha permesso a ISIS di rispondere mediaticamente alle ingenti perdite patite sul terreno degli scontri nella grande guerra in corso in Medio Oriente.

Gli ultimi arresti a Parigi

Il passaggio da branchi di lupi alla formazione di vere e proprie cellule si è tornato a materializzare recentemente, come dimostrano gli arresti effettuati nelle scorse settimane a Parigi. E la domanda che adesso tiene in apprensione gli Stati Uniti è se anche dietro le esplosioni di New York e in New Jersey ci siano stati non semplicemente lupi solitari, come i fratelli ceceni Tsarnaev, autori dell’attacco alla maratona di Boston nell’aprile 2013, ma una vera e propria cellula. L’arresto di un primo ricercato - Ahmad Khan Rahami, un afghano di 28 anni naturalizzato statunitense - lascia credere che a entrare in azione possa essere stato un gruppo di foreign fighter che potrebbe aver deciso di agire autonomamente, dunque senza ricevere indicazioni direttamente dai vertici di ISIS ma limitandosi a obbedire all’invito al martirio che pochi mesi fa era stata pronunciato Abu Mohammad Al-Adnani, ucciso in un raid aereo in Siria alla fine di agosto.

 

 

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