Bomba H. Hillary Clinton, la donna che vuole essere presidente

È stata umiliata, sconfitta, ma mai vinta. E dopo 4 anni al dipartimento di Stato, rilanciando il ruolo internazionale degli Usa, Hillary è pronta per il grande salto. Da commander in chief.

Credits: Melissa Golden Redux Pictures

Pino Buongiorno

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Sabato sera 1° dicembre, gran gala al dipartimento di Stato in onore degli artisti che hanno onorato la cultura americana. Di ottimo umore, Hillary Clinton ha accettato di farsi fotografare con l’autoscatto assieme a una delle sue attrici preferite, Meryl Streep, armata di iPhone, e ha scherzato a lungo con l’attore Dustin Hoffman. L’indomani, di buon’ora, era già pronta a partire per l’Europa con il Boeing 757 bianco e azzurro, meglio conosciuto come Air force two. Uno dei suoi ultimi viaggi da segretario di Stato, prima di dimettersi a metà gennaio.

L’ennesimo tour de force. Lunedì, a Praga, anche per sponsorizzare la Westinghouse, in gara per vincere un grosso appalto di un impianto nucleare. Martedì e mercoledì, a Bruxelles, per una delicata riunione della Nato, nella quale si è parlato di come intervenire con più coraggio per bloccare i massacri del presidente siriano Bashar al-Assad. Giovedì a Dublino e, subito dopo, a Belfast, per un viaggio che lei stessa ha definito «romantico», in compagnia del marito Bill, che tanto ha lavorato per la pace in Irlanda del Nord. E il weekend, finalmente, nel buen retiro di Chappaqua, alle porte di New York, la villa in stile coloniale olandese, pagata 1,7 milioni di dollari, su cui gravano ben 50 mila dollari di tasse di proprietà (l’Imu americana). Questa è «la diplomazia delle scarpe», come ama chiamarla Hillary Clinton, 65 anni appena compiuti, da 20 sulla linea del fuoco, prima come first lady, poi come senatrice di New York e, dal gennaio 2009, 67° segretario di Stato, in perenne movimento.

Il rito dell’aggiornamento della tabella di marcia si è ripetuto anche domenica 2 dicembre, appena salita a bordo dell’Air force two, che ha ormai 13 anni di vita. Il comandante le ha mostrato i dati aggiornati alla recente missione in Asia e in Medio Oriente per obbligare Israele e Hamas a firmare il cessate il fuoco. Chilometri percorsi: 1,5 milioni. Giorni trascorsi fuori dagli Stati Uniti: 395. Paesi visitati: 112. Nessun altro responsabile della politica estera americana si è mai avvicinato a questo record. «Una settimana fa un amico mi ha chiesto: perché sei andata in Togo? Perché alle isole Cook? La mia risposta è stata: andare fin lì è stato un investimento strategico. Capita che il Togo sia nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. E che le piccole isole del Pacifico siano importanti nella dinamica del voto nelle istituzioni internazionali e non solo in quelle asiatiche» ha spiegato Hillary Clinton in un discorso di commiato al Newseum di Washington, giovedì 29 novembre.

Nell’epoca delle videoconferenze, delle email e dei social network, Hillary preferisce la buona e tradizionale diplomazia dei rapporti personali, delle amicizie forgiate in tanti anni di protagonismo politico, degli sguardi diretti. D’altronde la sua resistenza è proverbiale, come l’anomalia genetica che non la fa sudare nemmeno a 40 gradi con il 100 per cento di umidità. «I nostri corpi sono vandalizzati dal jet lag. A volte non sappiamo nemmeno in quale paese ci troviamo. Pur avendo tanti anni meno di lei, io alla fine di ogni viaggio sono esausta, mentre lei appare sempre a suo agio nei tailleur Donna Karan o Oscar de la Renta e le immancabili borse Ferragamo. Ha una capacità di lavoro straordinaria. Riesce a riposare bene in volo, pronta, appena sbarcata, a incontrare le autorità, ad andare in una scuola per farsi interrogare dagli studenti, a visitare un museo» confida Kim Ghattas, la corrispondente della Bbc che ha seguito tante missioni internazionali di Clinton e pubblicherà, il prossimo marzo, un libro di memorie dedicato a Madame Secretary.

Il segreto di questo capo della diplomazia americana, che piace a due terzi degli americani ed è stata «la donna più ammirata al mondo» dei sondaggi Gallup ben 16 volte negli ultimi 19 anni, è uno solo. È l’aforisma di Winston Churchill: «Non mollare mai, mai, mai». Clinton è la sopravvivenza assunta a regola di vita. È la capacità di cadere nella polvere, come quando la insultavano con l’epiteto «Bitch» (bisbetica, o molto peggio), nei primi anni alla Casa Bianca, e di salire agli altari, sullo scranno del Senato, a rappresentare lo Stato di New York, fino a farsi chiamare in codice «Evergreen», intramontabile, dagli agenti del Secret service. Nulla è in grado di fermarla. Né il padre burbero e iperconservatore che pretendeva di insegnarle a sparare. Né quel bel ragazzone del profondo Sud che la puntava nella biblioteca della facoltà di legge dell’Università di Yale («Invece di stare lì a guardarmi, dimmi come ti chiami e stasera usciamo per una birra» gli disse). Né le tante amanti di quello stesso uomo, diventato suo marito, scoperte prima nell’Arkansas (da Jennifer Flowers a Paula Jones) e poi sotto la scrivania dell’Ufficio ovale alla Casa Bianca (Monica Lewinsky). Lei si è fatta umiliare dai giornali di tutto il mondo. Ha chinato il capo, ma non ha smarrito la forza di volontà. Ha difeso il coniuge anche a costo di apparire ridicola, come quando parlò di «una vasta cospirazione di destra» per far fuori il giovane presidente. Né ha capitolato di fronte alla sconfitta nelle primarie democratiche del 2008, vinte da Barack Obama, dopo una furiosa battaglia politica, condita di insulti.

Ha saputo attendere il momento propizio facendosi pregare da Obama per diventare il suo segretario di Stato contro il parere di quasi tutti i collaboratori del presidente. E ha riscosso applausi bipartisan mettendosi al servizio del presidente come se fosse un vecchio amico (e non lo è), vendendo nel mondo il brand America, appassito dopo la presidenza di George W. Bush, e imponendo una parola d’ordine alla quale vuole legare i suoi quattro anni passati a Foggy Bottom (com’è conosciuto a Washington il dipartimento di Stato): «smart power», il mix di strumenti diplomatici, politici, militari, legali, economici e culturali, in alternativa sia al «soft power» della moral suasion sia all’«hard power» delle guerre.

A mano a mano che ha acquistato sicurezza di sé ha cambiato look, fino a diventare più naturale, con pochissimo trucco, i capelli tirati all’indietro e non più tinti di biondo, gli occhiali con la montatura pesante da secchiona, i 5-6 chili in più. Si è fatta fotografare al Café Havana di Cartagena, in Colombia, mentre beveva mojito, ballava e cantava fino a notte inoltrata. Ha invitato i giornalisti al seguito a raggiungerla all’Harry’s bar di Roma per brindare con il Bellini. Ha bussato più volte, senza preavviso, alla porta dell’ambasciata italiana a Washington per farsi preparare dall’allora ambasciatore Gianni Castellaneta «un vero espresso, come se fossimo a Napoli». Ha fatto saltare il protocollo per discutere oltre tre ore con una delle icone della democrazia contemporanea, il premio Nobel Aung San Suu Kyi.

E pensare che, solo quattro anni fa, nella monumentale biografia a lei dedicata (A Woman in charge, 628 pagine), il giornalista mito dello scandalo Watergate, Carl Bernstein, l’aveva etichettata come «senz’anima», «falsa», «priva di passioni», lasciando un solo spiraglio per recuperare la credibilità persa: «Potrebbe essere un forte ed efficiente presidente americano solo se ritrovasse l’autenticità». Quella, cioè, delle battaglie giovanili per i diritti delle donne e dei bambini. Quella della riforma sanitaria dettata al marito e poi cancellata.

Hillary deve avere meditato su quella biografia non autorizzata uscendo dal guscio nel quale si era rinchiusa per troppi anni. Liberata dalla presenza ingombrante di Bill, ha cercato la resurrezione come donna, madre, moglie e animale politico al dipartimento di Stato, dove ha subito sconfitto le diffidenze dell’altezzoso corpo diplomatico riuscendo a ottenere l’aumento del numero dei funzionari all’estero (oltre 3 mila in più) e del budget, 47 miliardi di dollari nel 2012 più 8,7 miliardi per l’Iraq, l’Afghanistan e il Pakistan.

Circondata da una cinquantina di fedelissimi della prima ora, al suo fianco già alla Casa Bianca (la cosiddetta «Hillaryland»), Madame Secretary si è imposta come se fosse un capo di stato, che conosce tutti nel mondo e con tutti è in confidenza, tanto da chattare con loro nei casi di emergenza con il Blackberry. Nulla è stato lasciato al caso, com’è sua abitudine fin da quando faceva l’avvocato a Little Rock. Legge tutti i dispacci degli ambasciatori. Risponde e dà direttive a ciascuno di loro. L’ossessione per il dettaglio è proverbiale, così come è diventata una leggenda la meticolosità con cui prepara i colloqui con i leader mondiali. Prima di ogni incontro Hillary pretende una scheda aggiornatissima. Uno dei suoi collaboratori rivela che sui politici italiani è particolarmente esigente, ma l’unica scheda che l’ha veramente soddisfatta è stata quella sul presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Su Silvio Berlusconi, quand’era a Palazzo Chigi, ha sempre chiesto continui aggiornamenti, in particolare sui rapporti con Vladimir Putin. Il presidente russo non è in cima ai suoi favoriti a causa del «machismo, per nulla giustificato dal fisico» scherza.

Se la sua missione era quella di rinverdire l’immagine di una superpotenza dal volto più umano e meno bellicoso, allora Clinton ha colpito nel segno, dall’Africa più profonda all’Asia, che lei oggi considera come il centro gravitazionale della politica estera degli Stati Uniti. Molto più dell’Europa, alle cui ricette di austerity senza crescita e senza lavoro ha rivolto non poche critiche.

La Cina si può considerare l’area del mondo dove Hillary è riuscita meglio a realizzare il suo sofisticato smart power. Come quando, nello scorso maggio, ha vissuto una delle crisi più difficili. Appena atterrata a Pechino per il Forum del dialogo strategico ed economico, è stata informata dall’ambasciatore Usa che il dissidente cieco Chen Guangcheng si era rifugiato nella sede diplomatica americana. Il flop di quel viaggio sembrava inevitabile. Eppure Clinton è stata capace di fare sbollire l’ira dei dirigenti cinesi chiudendosi per ore a colloquio con un suo vecchio conoscente, Dai Bingguo, il vero esecutore della politica estera cinese.

Alla fine è riuscita a escogitare un compromesso non senza essersi sottoposta alla domanda di rito che tutti le pongono di questi tempi: «Cosa farà nel 2016? Si candiderà per diventare il primo presidente donna degli Stati Uniti?». «Manca ancora tanto tempo, signor ministro. Per il momento penso solo a riposarmi, a dormire nel mio letto e a scrivere un altro libro. Poi, vedremo» si è schermita. Ma salendo sull’aereo che l’ha riportata a Washington, Hillary è stata colta da un dubbio che ha condiviso con i suoi assistenti. Non è che i cinesi abbiano fatto buon viso a cattiva sorte facendo un futuro investimento su una possibile Madame President Clinton?

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