Una catastrofe umanitaria a Falluja

L'Onu lancia l'allarme per i civili in città. Iracheni e curdi all'assalto della capitale dell'insurrezione sunnita. I jihadisti asserragliati

 

Dopo aver conquistato nel giro di una settimana tutti i villaggi attorno a Falluja e chiuso in una morsa i circa 1500 combattenti dell’Isis rimasti nel centro abitato della roccaforte sunnita, le forze irachene e curde, sostenute dall'aviazione americana, stanno affrontando quella che è  una delle battaglie chiave per ripulire l'Iraq dallo Stato islamico: la guerra per il controllo della capitale dell'insurrezione sunnita sin dall'anno 2003, scoppiata all'indomani della deposizione di Saddam.

Le quattro ore di assalti, con autobombe, razzi, artiglieria, kamikaze contro il sobborgo di Nuaimiya sono solo un primo assaggio della lunga battaglia che sarà combattuta a Falluja nei prossimi mesi, casa per casa, in un dedalo di viuzze e abitazioni che rendono complicata e drammatica qualsiasi previsione.

CATASTROFE UMANITARIA
Gli jihadisti - asserragliati nel centro abitato - hanno costruito e sfruttato vecchie trincee, tunnel, con cecchini sparsi sui tetti e nelle case nella speranza di spezzare l’assedio dell'esercito. Soltanto ieri sono morti dieci soldati nell'assalto alla zona dell'Università, ma il conteggio supererebbe le 65 unità, con centinaia di feriti tra le milizie e i soldati iracheni. A rendere più complicata l'operazione c'è il fatto che l'Isis- come ampliamente previsto - sta usando i civili come scudi umani dopo aver disseminate le strade di accesso alla città di mine anticarro.

Una città fantasma, Falluja, dalla quale sono riusciti a scappare -  secondo il portavoce dell’Unhcr William Spindler - soltanto 3700 persone su 50 mila, alle quali «è stato impedito di muoversi» dagli islamisti. Jan Egeland, capo del Consiglio norvegese per i rifugiati, descrive uno scenario apocalittico, dove chi riesce a raggiungere i campi - compresi i bambini - «è costretto a camminare per 30 chilometri», tra agguati e corridoi umanitari tutt'altro che sicuri. «A Falluja - dice - sta avvenendo una catastrofe».

A Falluja sta avvenendo una catastrofe umanitaria Jan Egeland, capo del Consiglio norvegese per i rifugiati

SOSTEGNO POPOLARE
La verità è che lo Stato islamico a Falluja ha un sostegno popolare impensabile altrove, con pochi combattenti stranieri e quasi un migliaio di vecchi veterani jihadisti, reduci dalla guerriglia contro gli americani subito dopo la caduta di Saddam, conosciuti da tutti, che difendono anche le loro famiglie nella battaglia nel timore di una prevedibile vendetta sciita. 

Il governo di Baghdad è convinto di poter cacciare l’Isis da tutto l’Iraq «entro la fine dell’anno», ma il punto è che lo   Stato islamico gode ancora di un vasto sostegno nelle aree siunnite dell'Iraq nonostante abbia perso Ramadi, e continua a conservare ancora molte delle risorse petrolifere ancora disponibili nella zona.  È anche una questione etnica: la popolazione sunnita teme le rappresaglie delle milizie e dell'esercito a maggioranza sciita ancora di più di quanto non tema gli islamisti.

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