Esteri

Balcani: Polveriera macedone

Gli scontri di Kumanovo, in cui è entrato in azione un commando kosovaro, testimoniano l’instabilità della Repubblica balcanica

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Dopo lo scontro a fuoco a Kumanovo – Credits: ARMEND NIMANI/AFP/Getty Images

Per Lookout news


Nei Balcani arde un nuovo focolaio di instabilità. È Kumanovo, città di poco più di 100mila abitanti situata nella parte settentrionale della Macedonia, 40 chilometri a nord della capitale Skopje, al confine tra Kosovo e Serbia.

 Ieri sera, domenica 10 maggio, al termine di due giornate di violenti scontri il reparto antiterrorismo della polizia locale ha costretto alla resa un gruppo di uomini armati prevalentemente di origine albanese, che da sabato 9 maggio era entrato in azione a Kumanovo indossando uniformi militari con lo stemma dell’UCK. La sigla sta per Esercito di Liberazione del Kosovo, formazione terroristica albanese-macedone, protagonista di violenti attacchi in Macedonia contro le forze serbe tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Alcuni dei suoi membri sono affiliati anche all’ONA, l’esercito di liberazione nazionale della Macedonia, ma anche al gruppo UCPMB, l’esercito di liberazione di Presevo, Medveda e Bujanovac, tre città del sud della Serbia dove la presenza albanese è molto radicata.

 

Il bilancio degli scontri è di 22 morti, tra cui 8 agenti della polizia e 14 terroristi, e 37 feriti. Il portavoce della polizia macedone, Ivo Kotevski, ha definito l’UCK uno dei gruppi terroristici più pericolosi tra quelli operativi nei Balcani, formato da uomini addestrati e ben armati. Tra i circa 70 elementi del commando che si era asserragliato nel quartiere di Divo Naselje, area di Kumanovo a maggioranza musulmana, c’erano anche esponenti di spicco dell’organizzazione: Muhamed Krasniqi, conosciuto come comandante “Malisheva”, Mirsad Ndrecaj (nome di battaglia “Nato”), Sami Ukshini (“Sokoli”), Beg Rizaj (“Begu”) e Deme Shehu (“Juniku”). Nomi noti negli ambienti dell’indipendentismo albanese e kosovaro, sui cui movimenti però pare che la polizia del Kosovo non avesse alcuna informazione.

 

Eppure ad aprile un gruppo di uomini armati, formato da circa 40 albanesi del Kosovo, aveva già attaccato una stazione di polizia nella località macedone di Gosince. Anche in quell’occasione l’attacco era stato attribuito dalle autorità a paramilitari kosovari appartenenti all’UCK.

 

La crisi politica macedone
Ciò che è accaduto nelle ultime 48 ore a Kumanovo è solo una delle tante testimonianze di quanto sia incandescente la situazione non solo in Macedonia ma anche nei territori confinanti di Albania, Kosovo e Serbia. Si tratta di una delle aree meno sviluppate di tutta Europa, con indici di disoccupazione alle stelle, corruzione dilagante e flussi incontrollati di immigrazione clandestina. Un contesto ideale per il radicamento di movimenti eversivi che fanno leva sulle spinte indipendentiste, così come sul fondamentalismo islamico, per la destabilizzazione dei governi nazionali.

 

Gli ambienti indipendentisti non rappresentano però l’unico problema per il governo macedone guidato dal primo ministro Nikola Gruevski, leader del partito nazionalista VMRO (Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone). Da giorni a Skopje sono in corso manifestazioni contro l’esecutivo, accusato dalle opposizioni, da ong e movimenti di attivisti di imporre una censura sistematica per soffocare ogni voce di dissenso.

 

Il premier Gruevski è finito nel mirino dell’opinione pubblica da quando, nel febbraio scorso, gli oppositori del partito di opposizione Unione Socialdemocratica di Macedonia hanno diffuso i nastri delle intercettazioni che svelerebbero i piani attraverso cui il governo avrebbe fatto sorvegliare negli ultimi anni centinaia di persone tra giornalisti, giudici, procuratori, politici e anche ministri del governo.

 La situazione potrebbe complicarsi ulteriormente il prossimo 17 maggio, giornata in cui i sostenitori dei socialdemocratici e di altri partiti di opposizione torneranno a manifestare a Skopje per chiedere le dimissioni del governo.

 L’esecutivo di Gruevski, minato al suo interno anche dalle prime spaccature con gli alleati del partito albanese DUI, potrebbe dunque rischiare grosso. Il dissenso nei suoi confronti vede per la prima volta unite le due principali comunità del Paese, la maggioranza slavo-macedone e il 25% della popolazione di etnia albanese. Entrambe accusano il primo ministro di fomentare nuove divisioni interetniche per distrarre l’opinione pubblica. E c’è chi sostiene che anche i fatti di Kumanovo siano andati in questa direzione.

 

La situazione nei Balcani e il ruolo dell’Occidente
Di fronte ai fatti di Kumanovo, Gruevski ha ricevuto il sostegno dei governi di Kosovo e Albania. La Serbia ha invece rafforzato la presenza di truppe lungo le frontiere con la Macedonia. Al momento sarebbero almeno 450 le persone che hanno attraversato il confine per trovare rifugio nel comune serbo di Presevo.

 Sulla questione è intervenuto anche il ministero degli Esteri russo, esprimendo preoccupazione per il clima di instabilità causato in Macedonia dai movimenti anti-governativi e denunciando un clima che rischia di replicare quanto avvenuto a Kiev, con le rivolte di Piazza Maidan manovrate da servizi segreti occidentali.

Il radicalismo islamico
In questo scenario restano sullo sfondo i tanti spettri che, di fatto, continuano a tormentare quest’area dei Balcani. “Da un lato - spiega Luigi Rossiello, corrispondente di Lookout News da Belgrado - il progetto della Grande Albania, che punta alla creazione di un’unica entità territoriale che comprenda Kosovo, Macedonia occidentale, una parte del Montenegro, il sud della Serbia e l’Albania. Dall’altro il piano della cosiddetta Trasversale Verde, che unisce i militanti islamici dall’Albania alla Bosnia-Herzegovina, passando per Kosovo e Sangiaccato”. Insomma, una vera e propria polveriera che rischia di esplodere da un momento all’altro nella totale indifferenza di Bruxelles, che da anni tiene in sospeso la richiesta di adesione della Macedonia all’UE.

 

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