Esteri

Storia di Alfie Evans e dell'amore tenace dei suoi genitori

Addio al piccolo. Dall'Italia era arrivata la cittadinanza per il trasferimento, ma i giudici del Regno Unito si erano opposti

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Chiara Degl'Innocenti

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Il piccolo Alfie non ce l'ha fatta. I genitori Tom e Kate lo scrivono su Facebook descrivendo così il loro starzio: "Il mio gladiatore ha posato lo scudo ed è volato via alle 2.30". La coppia avrebbe voluto portarlo in Italia (al Bambin Gesù era tutto pronto) o almeno a casa, ma i giudici inglesi si sono opposti ritenendo inutile un trasferimento viste le condizioni drammatiche del piccolo. E così il Regno Unito insieme al resto del mondo, per la terza volta, ha vissuto un'altra vicenda che ha scosso le coscienze.

Dopo i casi di Charlie Gard, il piccolo affetto da una rarissima malattia genetica degenerativa, e di Isaiah Haastrup, il bambino con gravi lesioni cerebrali, anche per Alfie, 23 mesi e malato di una patologia sconosciuta, il tribunale inglese ha autorizzato i medici a interrompere i trattamenti cancellando ogni speranza dei genitori.


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Foto del piccolo Alfie Evans tratte dal profilo Facebook della mamma Kate James, Liverpool, 24 aprile 2018 – Credits: Dal profilo Facebook di Kate James/Ansa

Due giovani poco più che ventenni che fino all'ultimo hanno tentato di tutto. In extremis hanno provato a fermare i medici grazie all'intervento del governo italiano che ha concesso la cittadinanza al bambino. Un atto che avrebbe dato modo alla coppia di trasferire Alfie all’ospedale vaticano del Bambino Gesù, per proseguire le cure palliative. Nonostante questo, il magistrato britannico che ha seguito il caso, prima ha dato il via libera definitivo al distacco dei macchinari che tenevano in vita il piccolo e poi si è opposto all'espatrio dall'ospedale di Liverpool verso Roma.

La decisione dei medici

Secondo i medici dell’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool, la struttura che aveva in cura il bimbo, continuare il trattamento era “scorretto e inumano” poiché da maggio del 2016, anno in cui è nato, il bambino aveva vissuto in uno "stato semi-vegetativo" e soffriva di condizioni neurologiche degenerative. Per questo i sanitari avevano chiesto l’intervento dei giudici dell'Alta Corte di Giustizia di Fleet Street nel decidere contro la volontà dei genitori di interrompere le cure del piccolo Alfie che per due anni ha vissuto con il sostegno assistito delle macchine che lo hanno aiutato a respirare e alimentarsi. L’ospedale inglese aveva programmato l’interruzione dei trattamenti per il 23 febbraio e così è stato.

Il volere dei genitori

Contro l’opinione dei medici e dei giudici sono sempre stati i genitori di Alfie, Kate e Tom che avrebbero desiderato invece sottoporre il loro bambino a un nuovo trattamento all’ospedale pediatrico del Vaticano. Dopo la prima sentenza, il padre di Alfie, aveva dichiarato: “Non mi arrenderò”. Voleva almeno riportarlo a casa, farlo morire lontano dall'odore dei disinfettanti e immerso nei profumi familiari di una cameretta in cui non aveva mai vissuto.

La decisione del giudice

Poi l'ultima sentenza. Nessuna cura in Italia, nessun tipo di trasferimento per il bambino. Il giudice dell’Alta Corte inglese ha stabilito con un verdetto che ogni ulteriore trattamento serebbe stato inutile: "Le sue condizioni sono troppo danneggiate” per poter vivere in questo modo, aveva sostenuto il giudice il 23 febbraio per ribadirlo ribadito il 25 aprile con una nuova sentenza.

Parole dure che riecheggiano e scuotono. Difficile, anz, impossibile giudicare la tenacia dei coniugi Evans che non hanno mollato, che sono rimasti fermi e determinati a lottare contro il senso pratico dei medici e della legge. Solo per amore. 

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