Esteri

Afghanistan, 17 anni di guerra e i talebani sono ancora padroni

L'Occidente combatte dal 2001. Avremmo dovuto vincere, giusto? Eppure oltre metà della popolazione del Paese è ancora sotto il dominio degli estremisti islamici. E la loro espansione territoriale è, oggi, più estesa che mai

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Fausto Biloslavo

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Metà della popolazione afghana vive sotto il controllo dei talebani oppure in un’area contesa al governo di Kabul dagli estremisti islamici. Gli stessi americani ammettono che l’espansione territoriale dei talebani è la più estesa dal 2001, quando l’Emirato islamico crollò sotto i bombardamenti Usa dopo l’11 settembre. Nonostante il lungo, sanguinoso e costoso intervento occidentale ci ritroveremo di nuovo i seguaci del mullah Omar a Kabul?

Secondo i dati raccolti da Long war journal, un blog specializzato sulla guerra al terrorismo, i governativi controllano 146 distretti, i talebani 52, ma ben 198 sono contesi da aspri combattimenti. Il risultato è che 16.462.631 afghani, poco più del 50 per cento della popolazione, vivono sotto il giogo talebano o in aree dove i miliziani integralisti insidiano le forze di sicurezza. Nell’ultimo rapporto al Congresso Usa viene confermato il peggioramento della situazione. «Il governo afghano controlla o influenza il 55,5 per cento dei distretti del Paese» la percentuale più bassa fino a oggi. «Siamo in Afghanistan da 17 anni. Sicuramente non è una guerra vinta. I soldati italiani hanno fatto tanto, ma grazie alla retorica delle missioni di pace abbiamo avuto la pretesa di combatterla come se non fosse un vero conflitto» osserva l’ex generale Marco Bertolini, paracadutista e veterano delle operazioni all’estero. 

L'impegno dell'Italia

Nel conflitto dimenticato al crocevia dell’Asia l’Italia schiera ancora 900 uomini, che a Herat addestrano le truppe afghane. «La Nato continuerà a finanziare e appoggiare fino al 2024 le forze di sicurezza locali» ribadisce il generale Massimo Panizzi dal «fortino», il comando internazionale a Kabul della missione Resolute support. Il 10 novembre arriverà nella capitale il generale di corpo d’armata Salvatore Camporeale, che sarà il vicecomandante dell’operazione Nato.

L’orientamento del governo, però, è ridurre il nostro contingente. «Per questo motivo ci avvieremo verso un graduale disimpegno che partirà già dai prossimi giorni con un ritiro di primi 100 uomini e poi ulteriori 100 nei primi mesi del 2019» conferma a Panorama una fonte della Difesa. La scelta che coincide con lo sblocco della missione in Niger «importantissima per il contenimento dei flussi migratori».

In Afghanistan i 15 mila soldati Usa sono il grosso delle truppe internazionali. L’appoggio aereo a stelle e strisce è fondamentale e i corpi speciali operano ancora sul terreno, ma da tempo la responsabilità della sicurezza spetta alle truppe afghane, che pagano un alto tributo di sangue. I caduti sarebbero fra i 30 e 40 al giorno con punte di 400 morti alla settimana. Il 18 ottobre un infiltrato dei talebani ha ammazzato il giovane generale Abdul Raziq, alfiere del governo a Kandahar, l’ex capitale spirituale degli integralisti. Per un pelo è sfuggito all’attacco il comandante americano della missione internazionale, generale Austin Miller.

Le trattative con i talebani

«Se restiamo non basta una pacca sulla spalla» avverte Bertolini. «Dobbiamo ottenere qualcosa dagli americani dal punto di vista politico, militare o economico sul terreno».
Per il momento gli unici a fare affari sono i cinesi, che non hanno impiegato un solo soldato ma ottenuto lucrose concessioni minerarie. Gli Usa pur di trovare una via d’uscita hanno rotto il tabù delle trattative con i talebani. L’ex ambasciatore americano a Kabul, Zalmay Khalilzad, si è incontrato con gli integralisti a Doha, in Qatar, dove hanno una rappresentanza. 

Mullah Haibatullah Akhundzada, l’emiro che guida i talebani, è disposto a trattare, ma solo sul ritiro in buon ordine delle truppe Usa, come accadde a fine anni 80 con i sovietici. Il presidente afghano, Ashraf Ghani, poco popolare, si presenterà per il secondo mandato alle elezioni di aprile. Mullah Akhundzada, alleato di Al Qaida, lo bolla come «una marionetta» dell’Occidente ed è convinto che la vittoria sia a un passo. In mezzo ci sono oltre 300 mila uomini delle forze di sicurezza afghane, seppure decimati da perdite e diserzioni. «Non possiamo lasciarli soli» sottolinea il generale Panizzi. «Hanno ancora bisogno del nostro addestramento e aiuto. Il futuro dell’Afghanistan è nelle loro mani, ma ci vuole tempo».


(Articolo pubblicato nel n° 47 di Panorama in edicola dall'8 novembre 2018)

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