Esteri

Abu Bakr al-Baghdadi, capo dell'Isis, non è morto (un'altra volta)

È vicino a Raqqa, dice un ufficiale dell'antiterrorismo curdo. Ma lo Stato Islamico - sempre più simile ad al-Qaeda - ha già trovato il successore

terrorismo estremismo medio oriente

Luigi Gavazzi

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Come non detto. Anzi come previsto. Abu Bakr al-Baghdadi, il boss dell’Isis, non è morto, anzi, forse non è morto. Forse, ancora una volta.


Lo avevamo scritto la scorsa settimana che l’annuncio della fine del Califfo - data dalla tv irachena Al Sumariya, e “confermata” da presunte fonti dell’Isis e dall’Osservatorio siriano per i diritti umani - poteva essere un’altra tessera del mosaico confuso e indecifrabile sul destino, la condizione, la vitalità, il potere vero del leader dello Stato islamico. Allora (11 luglio 2017), la presunta morte era stata collegata a un raid dell'aviazione russa vicino a Raqqa, appunto.


 

Lunedì 17 luglio dalla Reuters è arrivata una forte smentita dell’ultimo giro di news sulla sorte del Califfo. L’agenzia cita infatti un funzionario di alto rango dell’antiterrorismo curdo, Lahur Talabany, che lunedì 17 luglio ha dichiarato che al 99% è sicuro che Abu Bakr al-Baghdadi sia vivo, e sia stato localizzato a sud di Raqqa, in Siria.

Talabany ricorda i legami di al-Baghdadi con il territorio, che risalgono ai tempi di al-Qaeda in Iraq. E proprio verso le tattiche e la politica di guerriglia si orienterà lo Stato islamico secondo l’ufficiale curdo.

Non aspettatevi comunque nuovi leader politici per l’Isis, ha detto Talabany: saranno invece ex militari dell’intelligence di Saddam Hussein, saranno loro a studiare e mettere in pratica la nuova strategia insurrezionale dell’Isis, in stile al-Qaeda ma più forte, pompata di "steroidi".

La presunta successione

Nei giorni scorsi si era diffusa la notizia della successioneAbu Bakr al-Baghdadi alla guida dello Stato islamico.

Sarebbe stato scelto un tunisino, Jalaluddin al-Tunisi (il vero nome però è Mohamed Ben Salem al-Ayuni) di 35 anni, che è però il leader dell'Isis in Libia. Se così fosse, come ci hanno spiegato autorevoli commentatori, sarebbe un passaggio chiave, che segnerebbe sostanzialmente la fine dell'Isis con il nucleo iracheno alla guida, che diventerebbe invece l'Isis dei foreign fighters arabi (non di quelli europei). Interpretazione in parziale contraddizione con quella citata di Talabany, sul futuro nelle mani degli uomini che militavano nell'intelligence che aveva servito Saddam. Al-Tunisi invece era il capo del battaglione Ghoraba, quello dei mujahidin stranieri in Siria, ci spiega su la Repubblica del 17 luglio, Renzo Guolo.

Un Isis guidato da al-Ayuni avrebbe il suo centro di gravità in Libia, magari un una porzione territoriale molto più piccola, ma con una proiezione mediterranea a nord e, verso sud, su paesi dell'Africa subsahariana. Sarebbe comunque, sottilinea anche Guolo, un Isis molto più vicino a al-Qaeda come metodi e strategie. In questo nuovo Isis saranno influenti i foreign fighters del Nord Africa, particolarmente ostili verso i paesi dai quali provengono e, probabilmente, verso le ex potenze coloniali, come la Francia, ma anche verso l'Italia. 

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