La crisi di Suez evidenziò più di ogni altro evento internazionale che il vecchio mondo prebellico delle potenze coloniali inglese e francese era tramontato per sempre. 

Il canale di Suez, inaugurato circa un secolo prima, era di vitale importanza per gli interessi britannici in Asia e per il trasporto dell'oro nero verso l'Europa. Difeso dagli attacchi turchi nella prima guerra mondiale e poi da quelli italo-tedeschi nella seconda, era rimasto presidiato dalle truppe britanniche anche dopo la fine della guerra, in virtù degli accordi Anglo-egiziani siglati nel 1936. Tuttavia la situazione politica in Egitto era radicalmente cambiata all'inizio degli anni '50, con la crescita sensibile del nazionalismo infuocato dalla guerra arabo-israeliana del 1948 che vide la nascita dello stato di Israele. Nel 1952 una serie di proteste violente scoppiarono al Cairo contro le proprietà britanniche e nel luglio dello stesso anno un colpo di stato destituirà la monarchia di re Farouk, sostituito dai militari capeggiati dal generale Mohammed Neguib e poco dopo dal generale Gamel Abdul Nasser

A Londra il ministro degli affari esteri era Anthony Eden, che ritenne di dover negoziare con il nuovo governo egiziano i vecchi trattati. Il ritiro graduale delle truppe britanniche da Suez avrebbe dovuto garantire un ritorno dei militari inglesi in caso di minaccia agli interessi di Londra nel canale. Dall'altra parte Eden decise di ritirare gli aiuti militari ed economici all'Egitto, che progettava la costruzione della diga di Assuan per l'irrigazione delle terre sulle rive del Nilo. La decisione inglese spronò il presidente egiziano a rivolgersi all'Unione Sovietica con l'intenzione di iniziare un riarmo diretto contro il nemico Israele. Con un colpo di mano il 26 luglio 1956 Nasser annuncia la nazionalizzazione del canale di Suez, causando il conseguente ritiro degli Stati Uniti dal progetto di finanziamento della diga. Eden, che nel frattempo era diventato primo ministro, scelse la linea dura e progettò un intervento militare per ristabilire la presenza britannica sul canale di Suez, creando la prima frattura diplomatica con Washington che, per voce del Segretario di Stato John Foster Dulles, dichiarò di non voler appoggiare alcun intervento armato. Con il mancato supporto dell'alleato americano, Eden cercò la sponda con Parigi e con Israele, in quel momento inquieto per la minaccia del riarmo egiziano. Nell'ottobre successivo i leader dei tre paesi Guy Mollet, Anthony Eden e David Ben-Gurion si incontrarono segretamente nei pressi di Parigi per architettare l'intervento militare contro Nasser. L'occasione l'avrebbe data un attacco israeliano in Palestina, generando il pretesto per l'intervento anglo-francese. Gli israeliani, guidati dal capo di stato maggiore generale Moshe Dayan sferrano l'attacco il 29 ottobre 1956, mentre Parigi e Londra fingono una richiesta immediata di cessate il fuoco, pretendendo di non essere a conoscenza dei piani israeliani. Il 5 novembre successivo i Royal Marines e i parà francesi del generale Massu iniziano le operazioni di occupazione rapida di Suez, servendosi per la prima volta su larga scala degli elicotteri. L'operazione militare anglo-francese fu efficace ma costò cara in termini di credibilità internazionale. Il presidente Eisenhower era furente per l'accaduto e le successive minacce di intervento nucleare sovietico fecero sì che le Nazioni Unite imponessero la fine delle ostilità e l'invio di una delle prime forze internazionale di peacekeeping del dopoguerra. Il prestigio internazionale di Londra e Parigi, potenze coloniali ormai giunte al capolinea, subì dall'operazione Musketeer (nome in codice dell'intervento a Suez) un colpo determinante. Fu chiaro agli occhi dell'opinione pubblica mondiale che il ruolo di appeaser e di guida del mondo occidentale era ormai saldamente nelle mani degli Usa e che soltanto l'evolversi della Guerra Fredda avrebbe per necessità riavvicinato Washington a Londra negli anni a seguire.

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