Educare le menti contro la violenza sulle donne
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Educare le menti contro la violenza sulle donne

In occasione della giornata mondiale ecco cosa lo Stato dovrebbe fare

Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne e, dunque, si impone qualche riflessione sul tema, anche allungando lo sguardo oltre gli spazi privati di ogni singolo grave episodio che leggiamo sulla cronaca locale, denso di dettagli raccapriccianti che incalzano le coscienze di tutti noi.

Da più parti si levano i cori delle iniziative che celebrano questa giornata nell’ottica di creare consapevolezza su una problematica così delicata, sensibilizzando l’universo maschile. Ma lo Stato cosa fa, dov’è ?

L’Italia, ratificando la Convenzione di Istanbul che si propone di prevenire la violenza sulle donne, favorire la protezione delle vittime ed impedire l'impunità dei colpevoli, si è impegnata a compiere importanti passi verso l’effettiva tutela di chi subisca atti e comportamenti pregiudizievoli solo per il fatto di essere “donna”.

Ma la task-force interministeriale creata per ridisegnare gli interventi per un efficace piano nazionale antiviolenza in attuazione dei sacrosanti principi partoriti dagli sforzi europei, pare ancora ben lungi dal raggiungere lo scopo, eccetto la richiesta di un parere ad hoc su un documento di “Intesa Stato-regioni per la definizione dei criteri omogenei dei centri antiviolenza e delle case rifugio”.

Di fatto, al momento, nemmeno i fondi stanziati per aiutare i centri antiviolenza sono stati distribuiti, frustrando le legittime aspettative di chi lavora per contrastare questo genere di violenza, forse la più odiosa.

Violenza che è stata definita come violazione dei diritti umani, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata.

Inutile dire che non basta certo la legge sullo stalking o sul femminicidio – pur utilissime - per affermare di aver pienamente posto in esecuzione gli obblighi assunti nella Convenzione di Istanbul.

In attesa che lo Stato faccia la sua parte, noi tutti possiamo impegnarci, da subito, a mettere in discussione la nostra educazione sentimentale, sradicando pregiudizi e odiose posizioni faziose, educando diversamente i nostri figli, emancipandoli da una cultura maschilista atavica. D’altronde, la conta ragionieristica delle donne uccise la dice lunga sull’educazione sentimentale dei colpevoli e sul terreno di coltura su cui prospera il ridimensionamento di questi fenomeni.

E se già è complesso operare un tentativo di affrancamento dalle pulsioni maschiliste ancora radicate nella nostra cultura di base, ancor più arduo è intervenire laddove entrano e si diffondono, con l’immigrazione, mentalità in cui la donna assume una dimensione di subordinazione nei confronti dell’uomo.

La vera sfida della globalizzazione non riguarda pertanto solo l’economia, ma deve investire anche i diritti in modo da favorire una base inter-culturale in cui non vi sia spazio per discriminazioni di genere ma si instauri e diventi effettiva una base di tutele per qualunque persona, sia essa cristiana o musulmana, indù o atea, africana o orientale. E naturalmente italiana.

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