Telecom Italia: ecco perché non possiamo fare a meno della sua rete
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Telecom Italia: ecco perché non possiamo fare a meno della sua rete
Economia

Telecom Italia: ecco perché non possiamo fare a meno della sua rete

Che ne sarà della rete italiana ora che Telefonica ha acquisito il controllo azionario del Gruppo? Molto dipenderà dalle regole che la politica saprà fissare. L’opinione di Stefano Quintarelli agli Internet Days di Milano

Una grande azienda (Telecom Italia) in un grande mercato (quello delle telecomunicazioni) con grandi opportunità. Ecco perché il passaggio delle quote di controllo a Telefonica non può essere ridotto a una mera compravendita di azioni fra privati. In gioco c’è molto di più, compresa una bella fetta del futuro del Paese. È questa in sintesi l’opinione di Stefano Quintarelli, deputato di Scelta Civica e membro della Commissione Telecomunicazioni di Montecitorio, intervenuto oggi agli Internet Days di Milano in un convegno dal titolo Rete per l’Italia, perché è importante e prospettive future.

Nel giorno in cui Bernabé si è dimesso dal Cda di Telecom Italia , Quintarelli ha voluto ribadire i motivi che impongono alle nostre istituzioni una seria riflessione e soprattutto una seria regolamentazione su tutte le questioni che attengono gli interessi pubblici intorno alle sorti della rete. Motivi infrastrutturali, innanzitutto. Perché nonostante la liberalizzazione in atto da 20 anni, la rete italiana, almeno quella di valore (quella cioè che dalle centrali va nelle case degli italiani) rimane un monopolio naturale: 35 milioni di chilometri – a tanto ammonta l'Universo di fili di rame posati da Telecom Italia sullo Stivale - rappresentano la quasi totalità della cosiddetta rete di accesso.

Una risorsa vitale, dunque, sia per gli altri operatori (che la affittano all’ingrosso) sia per il futuro del Paese. Lo dicono le cifre, quelle sul giro d’affari del settore - il mercato delle telecomunicazioni può fatturare in 7 settimane ciò che i media fanno in 2 anni - come quelle che riguardano l'impatto della stessa Telecom Italia nel sistema Paese (un’azienda da 50000 dipendenti che pesa come 40 Alitalia, ha voluto sottolineare Quintarelli). Senza contare l’impatto sulla produttività. Fra aziende digitali e non c’è un divario di produttività del 74%. Ecco perché non si può prescindere dalla banda larga, un investimento chiave che secondo le stime può rendere da 5 a 15 volte il piatto iniziale. 

Eppure nel nostro Paese certi progetti ad ampio respiro non si vedono da almeno 10 anni. Nel 2001 l’Italia era fra le prime nazioni in Europa a realizzare collegamenti Adsl – ha spiegato Quintarelli - poi si è un po’ addormentata, non solo sulla fibra ma su tutti i temi dell’ICT. Sono mancati gli investimenti strategici, forse per una questione di lungimiranza. Non si è pensato a Internet, e a come il suo avvento potesse cambiare le regole del gioco. Di fatto le previsioni di 10-15 anni fa sono state quasi tutte disattese: chi pensava di poter seguire quattro strade diverse – fisso, mobile, Internet e contenuti – non ha fatto i conti con la possibilità che un settore potesse diventare sostitutivo di altri. I giovani, ad esempio, sono sempre più mobile only.

In un quadro di questo tipo cosa può guadagnarci Telecom Italia dalla cessione del pacchetto di maggioranza a Telefonica? Poco, conclude Quintarelli. In fondo gli spagnoli sono concorrenti in due dei tre mercati di riferimento (Argentina e Brasile). E c’è anche il rischio di ritrovarsi con un’azionista di maggioranza che non può esercitare un effettivo controllo (il che porterebbe alla paralisi). Occorrerebbe un modo per allineare l’esigenza a medio a lungo periodo delle aziende con gli interessi dello Stato. Per la rete autostradale esiste (il meccanismo delle concessioni) ma nelle telecomunicazioni? Molto dipenderà dai paletti che la politica saprà fissare. A cominciare da quelle che riguardano lo scorporo della rete e i criteri per la scelta del nuovo commissario Agcom.

 
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