Le sette vite di Ibm
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Le sette vite di Ibm
Economia

Le sette vite di Ibm

Big Blue ha oltre 100 anni di storia alle spalle e oggi sta costruendo le fondamenta del suo futuro

Nella classifica stilata da Forbes dei brand di maggior valore al mondo, i primi due posti sono occupati da due quasi coetanei: domina la Apple, fondata nel 1976, seguita dalla Microsoft, creata un anno prima da Bill Gates. Al quarto posto, dopo la Coca Cola, si piazza un nome molto più longevo: Ibm. Per trovare la sua data di nascita bisogna tornare indietro fino al 1911, oltre cento anni fa. Già, Big Blue è quattro volte più anziana delle altre regine dell’hi-tech, sei volte di più della giovanissima e scalpitante Google, eppure, con i suoi quasi 190 miliardi di capitalizzazione, è ancora in sella. Ha mantenuto intatta la capacità di non smettere di reinventarsi, ha sempre avuto il pregio di lasciarsi alle spalle i momenti difficili cambiando pelle e tipologia di business. È tante aziende in una: la prova che la somma può fare la differenza.

Apple e le altre stelle emergenti americane hanno dovuto immergersi in un mercato sempre più ampio, caratterizzato da sfide made in China, Giappone, Corea e dintorni; Ibm ha dovuto sopravvivere a terremoti ben più fiaccanti: due guerre mondiali, collassi economici, guerre fredde e caldissime, crolli rovinosi del sistema mondiale e lente, affannose, mai complete risalite. Un tritacarne che può uccidere oppure rinvigorire. Con una differenza sostanziale rispetto ad altri nomi storici come General Electric o Ford: «La nostra non è come l’industria dell’auto, dove il motore, la benzina, l’olio o altri componenti ancora esistono e molte parti del business sono le stesse. Noi abbiamo dovuto lasciare andare quello che abbiamo inventato. Abbiamo smesso di fare macchine da scrivere e computer. Siamo andati avanti» ha spiegato in un’intervista un alto dirigente di Big Blue.

È innegabile che qualche affanno ci sia: le vendite sono in calo da sei trimestri, il titolo in borsa ha perso più dell’11 per cento del suo valore negli ultimi sei mesi, fino al 15 per cento nell’ultimo anno, ma se i numeri sono provvisori, la lezione di Ibm resta solida, paradigmatica per tutta l’industria dei bit (e degli atomi). Insegna che si può nascere con un’idea vincente, poi è vitale sfornarne altre, o, al limite, seguire e cavalcare i trend del proprio settore.

Ibm era fisicità, oggetti, dispositivi, ora scommette con sempre maggiore decisione sul digitale. Già nel maggio 2005 ha venduto la divisione del personal computer alla Lenovo e, oggi, otto anni più tardi, cede i suoi server x86 sempre alla società asiatica per 2,3 miliardi di dollari. La tattica è fare cassa con la propria storia per girare pagina, guardare avanti. Un po’, ragionando per paradossi, come se Apple annunciasse di voler cedere tutta la torta degli iMac per enfatizzare i servizi cloud e limitarsi a smartphone, tablet e dintorni. O Microsoft decidesse di disfarsi di tutto l’hardware, da Surface a Xbox, per concentrarsi su un ecosistema software per privati e imprese. Un azzardo. Oppure no.

È l’improbabile che si trasforma in strategia per il domani, la chiave di lettura del nuovo corso di Ibm. Che dunque, per essere giudicato, ha bisogno dei tempi e della pazienza del lungo periodo. Ecco che Big Blue sceglie la pace, invece della guerra, nel terreno scivolosissimo dei brevetti: ne cede 900 a Twitter, anziché impelagarsi nelle pastoie di processi che non fanno benissimo all’immagine. Compie le mosse giuste quando si tratta di acquisizioni: a metà 2013 compra SoftLayer per 2 miliardi di dollari, con l’intento mal nascosto di andare a dare fastidio alla regina Amazon nei servizi cloud, in quella prateria di opportunità che è la nuvola. E poi chiude l’anno incassando dal comparto ben 4,4 miliardi di dollari, segnando una crescita del 69 per cento rispetto al 2012. E promettendo a se stessa, e ai suoi investitori, di raggiungere i 7 miliardi annui entro il vicinissimo 2015.        

Non è tutto: saprà creare 800 posti di lavoro in Louisiana, dove aprirà un centro servizi che fornirà servizi software legati a Big Data. Di nuovo l’immateriale che vince sul materiale, puro segno del tempo e dell’interpretazione che Big Blue ha scelto di darne. Assieme all’enfasi sulle smart cities, sulle città intelligenti del presente già proiettate al futuro, che rimane una declinazione del medesimo concetto: raccogliere una grande mole di dati, razionalizzarli e guardarli sotto la lente della logica per tradurli in azioni concrete e utili. Un business che fa gola a moltissimi e che l’azienda americana già presidia.

E se ha lasciato per strada i computer, si concentra sui supercomputer. Uno in particolare, il suo orogolio: Watson , sul quale ha messo al lavoro un’unità di 2 mila persone con un investimento da 1 miliardo di dollari che, secondo il Wall Street Journal, dovrebbe iniziare a restituire la stessa cifra in entrate a partire dal 2018. Insomma, se pure è comprensibile qualche perplessità e mal di pancia per le ultime performance non proprio entusiasmanti, c'è anche l'evidenza di un intero edificio in costruzione. Di un'impalcatura e una chiara direzione. L'ennesimo restyling per una società che 103 anni dopo è ancora qui, a giocarsela con le prime della classe. Quanto più giovani, non importa.    

    

    

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