Poste Italiane, a cosa serve (se serve davvero) la privatizzazione
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Poste Italiane, a cosa serve (se serve davvero) la privatizzazione
Economia

Poste Italiane, a cosa serve (se serve davvero) la privatizzazione

Il governo cederà il 40% della società guidata da Massimo Sarmi. Ma sull'operazione ci sono molti dubbi

Pronti per la borsa. Arriva oggi al consiglio dei ministri il decreto per la privatizzazione di Poste Italiane, con cui il governo venderà sul mercato il 40% della società guidata da Massimo Sarmi. Un 5% delle azioni sarà probabilmente riservato ai dipendenti dell'azienda mentre il grosso del collocamento finirà nelle mani degli investitori istituzionali. Lo scopo dell'esecutivo è di raccogliere un tesoretto di almeno 4 miliardi di euro (ma c'è chi parla di 5-6 miliardi). Per fare cosa? E' proprio questo uno dei punti più controversi dell'operazione, che dà il via a un nuovo ciclo di dismissioni del patrimonio statale, voluto dal premier Letta e dal ministro dell'economia, Fabrizio Saccomanni .

POSTE ITALIANE E I BUONI FRUTTIFERI

Se la privatizzazione nasce per ridurre il peso dell'indebitamento pubblico, l'obiettivo del governo appare a dir poco ambizioso, se non velleitario. Anche un eventuale incasso di 8 miliardi di euro (che sarebbe già un grande successo), per il debito pubblico italiano (che supera i 2.100 miliardi) rappresenterebbe poco più che il solletico. Senza dimenticare, poi, che le Poste sono un'azienda che oggi fa una montagna di profitti. L'utile dell'esercizio 2012, per esempio, ha superato il miliardo di euro, a fronte di un fatturato di 24 miliardi e di un indebitamento (al 30 giugno 2013) di 2,2 miliardi. Se il governo vuole incassare tanti di soldi, dunque, può anche decidere (nei prossimi anni) di farsi dare dalle Poste un bel po' di dividendi, senza avventurarsi necessariamente nella privatizzazione. Con la vendita del 40% del capitale, invece, questi dividendi lo stato dovrà spartirseli in futuro con i nuovi azionisti privati, che ovviamente compreranno i titoli della società per guadagnarci qualcosa e non certo per fare un piacere a Letta e Saccomanni.

AIUTI DI STATO

Ma c'è un altro aspetto della privatizzazione che lascia perplessi alcuni osservatori. Oggi, infatti, Poste Italiane gestisce molte attività diverse tra loro: consegna da sempre le lettere ma è anche un importante operatore nel campo assicurativo (con Poste Vita), in quello finanziario (con la divisione Bancoposta) e possiede pure una società telefonica (Poste Mobile). Non tutte le attività, però, vanno bene. “Nel recapito della corrispondenza, il business è da sempre in perdita e beneficia di consistenti contributi dallo stato per il servizio di posta universale”, sottolinea Ugo Arrigo, docente di finanza pubblica all'Università di Milano Bicocca. Nel settore finanziario, invece, la società riesce a fare molti profitti soprattutto per due ragioni: esercita un'attività bancaria senza dover pagare ai propri dipendenti lo stipendio dei lavoratori bancari (che è un po' più alto) e gestisce per conto dello stato la raccolta dei buoni fruttiferi e dei conti correnti postali (per i quali riceve un'altra bella dose di compensi dalla mano pubblica). L'unica area di business che veramente cammina con le proprie gambe alla grande è quella dei servizi assicurativi, che rappresenta da sola più della metà dei ricavi del gruppo.

SPEZZATINO MANCATO

Ora, per massimizzare i profitti della privatizzazione e della quotazione in borsa, secondo Arrigo il governo avrebbe potuto preparare uno spezzatino, scindendo le attività in perdita (cioè la corrispondenza) da quelle in utile (i servizi finanziari e soprattutto quelli assicurativi). Invece no. Letta e Saccomanni preferiscono portare sul mercato tutta la società, compresi i rami secchi. Seguendo questa strategia, i proventi della privatizzazione saranno dunque un po' più bassi di quelli che si sarebbero potuti ottenere spezzettando il gruppo e collocando in borsa solo le parti più profittevoli.

Ma il problema principale, secondo chi critica la privatizzazione per come è stata fatta, non è tanto il potenziale ricavato della vendita. Non va dimenticato, infatti, un altro particolare importante: dopo la quotazione, Poste Italiane rimarrà un'azienda non contendibile, poiché il pacchetto di controllo del 60% resterà saldamente nelle mani dello stato. Con questo assetto, l'azionista di maggioranza pubblico (ma i anche i soci di minoranza privati) avranno tutto l'interesse a mantenere lo status quo, cioè a far sì che il gruppo Poste Italiane continui a fare utili anche beneficiando di aiuti statali e di logiche che hanno ben poco a che fare con l'economia di mercato. Il settore postale, secondo il professore della Bicocca, avrebbe infatti bisogno di una maggiore deregulation, soprattutto per il servizio universale di corrispondenza, che oggi è in concessione esclusiva alle Poste e che, invece, potrebbe essere liberalizzato, magari con diverse gare pubbliche a livello locale.

UN PASSO INDIETRO

E' difficile, però, che questo processo si realizzi dopo la privatizzazione, poiché si assisterà alla nascita di un'anomalia tutta italiana: un ex-monopolista pubblico che vorrà continuare a nutrirsi dalla mammella di stato e mantenere una posizione dominante ma che, nel contempo, dovrà anche accontentare i propri azionisti privati, con una bella dose di utili. La pensa così anche Carlo Stagnaro, direttore studi e ricerche dell'Istituto Bruno Leoni, che giudica la prossima vendita della società guidata da Massimo Sarmi come un'operazione un po' di facciata, ideata dal governo anche per dare un segnale di buona volontà all'Europa ma che, invece, rischia di far fare un passo indietro all'Italia, nel processo di liberalizzazione e modernizzazione del settore postale.

Sembra dunque abbastanza forzato il paragone tra l'attuale vendita di Poste Italiane messa in cantiere da Saccomanni e quella di altri spedizionieri europei, collocati sul mercato negli anni scorsi dai governi del Vecchio Continente. Valga per tutti l'esempio di Deutsche Post, quotata in borsa sin dal 2000 e oggi partecipata dallo stato tedesco con una quota di appena il 21%. Rispetto all'analogo gruppo italiano, infatti, Deutsche Post è cosa ben diversa: si tratta infatti di una multinazionale della logistica, che ha comprato lo spedizioniere Dhl e che opera in decine di paesi diversi in tutto il mondo, con un fatturato di oltre 60miliardi di euro.

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