Pensioni dei parlamentari: perché aumentano e perché sono un privilegio
Massimo Percossi/Ansa
Pensioni dei parlamentari: perché aumentano e perché sono un privilegio
Economia

Pensioni dei parlamentari: perché aumentano e perché sono un privilegio

Il trattamento previdenziale di deputati e senatori oggi è diventato meno favorevole rispetto al 2011. Ma il costo delle rendite è continuato a crescere. Ecco per quale ragione

Circa 7 milioni di euro in più rispetto all'anno scorso. E' la crescita del costo delle pensioni dei parlamentari italiani, scritta nero su bianco nel bilancio della Camera e del Senato e riportata anche dal Sole 24Ore. Si tratta di un aumento inaspettato, che avviene nonostante i due presidenti Piero Grasso e Laura Boldrini abbiano messo in atto una spending review, cioè un piano di revisione della spesa di entrambe le assemblee legislative. Sul costo complessivo dei vitalizi di deputati e senatori, non si vede neppure l'effetto delle nuove regole entrate in vigore nel 2012, che hanno reso meno generoso il trattamento previdenziale dei parlamentari.

PENSIONI D'ORO E PENSIONI DA FAME

Per capire la ragione che sta alla base di questi dati, bisogna compiere qualche passo indietro e ripercorrere ciò che è accaduto negli ultimi due anni. Fino al 2011, i parlamentari potevano beneficiare di un assegno previdenziale d'oro, che maturava dopo appena un quinquennio di legislatura. In realtà, non si trattava di una vera e propria pensione ma di un vitalizio che è presente in molte altre democrazie e che non viene pagato dall'Inps (come per gli altri lavoratori) ma pesa direttamente sui bilanci di Camera e Senato, che si comportano con regole completamente diverse rispetto agli altri enti pubblici.

I vitalizi degli onorevoli avevano in origine un intento di per sé condivisibile. Già nella prima legislatura della Repubblica Italiana, cioè nel dopoguerra, si stabilì infatti che il parlamentare, una volta non rieletto, avesse diritto a percepire una rendita per tutta la vita, in modo da permettere anche ai meno ricchi di rinunciare al proprio lavoro per dedicarsi all'attività politica e di consentire ai deputati e AI senatori di svolgere il mandato senza condizionamenti economici di alcun tipo (nella consapevolezza che, alla fine della carriera, sarebbe poi arrivato un sostentamento sicuro). La logica, a grandi linee, era più o meno questa: anche un deputato o un senatore che di professione fa l'operaio, per esempio, potrà approvare una legge che va contro gli interessi della sua azienda, se lo ritiene giusto, senza essere condizionato dall'idea di dover tornare “sotto il padrone” una volta sciolta la legislatura.

NASCITA DI UN PRIVILEGIO

Con l'andare del tempo, però, il vitalizio dei parlamentari si è trasformato in un vero e proprio privilegio, che grida vendetta se raffrontato alle pensioni della stragrande maggioranza degli italiani, colpiti da riforme previdenziali sempre più severe. Fino al 2011, infatti, si poteva ricevere una rendita dopo aver svolto appena un mandato di 5 anni e dopo aver compiuto il 65esimo anno di età. La soglia anagrafica per avere il vitalizio scendeva progressivamente fino a 60 anni per ogni anno di permanenza in Parlamento superiore al quinto. Il privilegio non stava tanto nei requisiti di età, quanto piuttosto nell'importo dell'assegno. Versando contributi per appena l'8,6% dell'indennità ricevuta, corrispondenti a circa mille euro al mese , i deputati e i senatori percepivano dopo 5 anni un vitalizio di oltre 3.108 euro lordi. Secondo i calcoli di Emilio Rocca, economista dell'Istituto Bruno Leoni, le rendite incassate dai vecchi parlamentari oggi superano di oltre il 500% gli accantonamenti contributivi effettuati. Il tutto, mentre le pensioni dei parlamentari esteri sono assai meno generose: in Francia, per esempio, i vitalizi dipendono dai contributi versati e ammontano in media a 2.700 euro al mese circa (ma c'è anche chi percepisce anche molto meno).

UNA RIFORMA A META'

Per mettere fine a questi privilegi, dal 1° gennaio 2012 le pensioni dei parlamentari sono state rese meno generose. I requisiti di età sono rimasti gli stessi (tra 60 e 65 anni) ma gli assegni vengono calcolati con il metodo contributivo, cioè soltanto in proporzione ai contributi versati, come avviene per tutti gli altri lavoratori. Peccato, però, che in questa riforma ci sia un dettaglio non trascurabile: le nuove regole si applicano con il sistema pro-rata, cioè valgono soltanto per la parte di pensione maturata dopo il 31 dicembre 2011.

Chi stava in Parlamento nella scorsa legislatura, dunque, ha maturato il diritto a percepire una quota cosistente del vitalizio calcolata con le vecchie regole e non con il nuovo e meno vantaggioso metodo contributivo. E' proprio questo dettaglio che spiega perché la spesa per le pensioni di deputati e senatori è aumentata, nonostante la spending review di Grasso e della Boldrini. Le ultime elezioni politiche di febbraio, infatti, hanno provocato uno tsunami nei palazzi della politica, con la mancata rielezione di quasi 240 parlamentari, che hanno già i requisiti di età per percepire il vecchio vitalizio maturato con i criteri ante-2011. Nei bilanci di Camera e Senato, dunque, ci sono oggi molti più pensionati da mantenere rispetto allo scorso anno. E con assegni ancora molto generosi.

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