Obama e l'Europa, la chiave per salvare l'economia Usa
Obama e l'Europa, la chiave per salvare l'economia Usa
Economia

Obama e l'Europa, la chiave per salvare l'economia Usa

Se il consumo interno continua a scendere l'economia Usa potrà ripartire solo aumentando le esportazioni

Il Presidente americano Barack Obama sembra essere sempre più preoccupato per il destino (economico) dell'Europa. Tant'é che ieri sera ha deciso di raggiungere telefonicamente il premier italiano Mario Monti "solo" per rinnovargli il suo sostegno ad andare avanti in maniera "decisa" e risolvere così la crisi dell'Eurozona. Per salvare l'euro e, indirettamente, anche l'America.

Barack Obama è infatti consapevole che a causa delle complicazioni create dalla crisi globale il mercato statunitense non può sperare di riprendersi senza "appoggiarsi" sul quello del Vecchio Continente. Da qui la necessità di monitorare minuto per minuto l'evoluzione della crisi in Europa e sostenere l'America tenendo in considerazione anche le decisioni prese a Bruxelles.

Anche sull'altra sponda dell'Atlantico, infatti, la situazione non è buona. Il tasso di disoccupazione continua a rimanere al di sopra dell'8%, l'economia ha ricominciato a rallentare, e il tasso di crescita, negli ultimi tre trimestri, è passato dal 4,1% al 2% per sfiorare, nell'ultimo, l'1,5. Numeri cui si sommano le paure che la Cina faccia davvero qualche passo indietro, che l'euro scompaia dalla circolazione e che per l'ennesima volta Washington sarà costretta ad aumentare le tasse ridicendo contemporaneamente le spese. Facendo inevitabilmente aumentare il pessimismo sulla stabilità della prima economia del mondo.

Per molti analisti spetterebbe al governo e alla Banca Centrale degli Stati Uniti (Fed) il compito di far ripartire l'economia nazionale. Eppure, ci stanno provando da tempo senza (apparentemente) riuscire a ottenere risultati significativi. Certo, la situazione non è facile, ma chiedere all'Europa di rimanere a galla e agli emergenti di trasformarsi nel nuovo motore dell'economia globale di certo aiuta ma non basta (le esportazioni Usa verso la Cina sono cresciute dal 2007 ad oggi del 53%. Grazie al dollaro debole ma anche all'espansione della classe media orientale). Anche perché la crisi internazionale ha colpito tutti, seppure se in tempi e modi diversi.

Pochi però hanno notato che, nonostante i dati non permettano di parlare di una "ripresa forte e sostenibile", in questi anni non solo qualcosa è cambiato. Ma, aggiungono i più ottimisti, è stato possibile creare le condizioni per permettere ai mercati a stelle e strisce di ripartire. Vediamo come. Fino al 2008 la crescita era legata a doppio filo all'andamento dei consumi interni e al mercato dell'immobiliare, che ha continuato a crescere insieme all'indebitamento, che nel 2007 aveva già raggiunto il 133% del reddito individuale.

Oggi, però, gli americani sembrano aver capito che, nel lungo periodo, prendere troppo denaro a prestito può diventare pericoloso. Ma se gli statunitensi non consumano per mettere da parte quel poco che riescono a risparmiare in un momento in cui la crisi crea problemi a tutti, è evidente che l'economia può ripartire solo se trascinata dai consumi degli stranieri. Non solo: l'America pare aver iniziato a capire che se vuole ottenere dei risultati che possano procurarle dei benefici anche nel lungo periodo, deve iniziare a mettere sul mercato beni e servizi diversi da quelli offerti da tutte le altre economie. Puntando quindi sull'innovazione, in tutti i campi, non sono in quello tecnologico e finanziario.

Infine, è evidente che se la strategia americana si dimostrerà vincente, questi nuovi settori inizieranno presto ad attirare investimenti dall'estero. Che contribuiranno ad arricchire l'America e a sostenere la sua ripresa economica. Prima dei capitali, però, servono i mercati. E i consumatori ideali per le nuovi produzioni americane sono, naturalmente, gli europei. Che potranno permettersele solo se l'euro verrà salvato.

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