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Economia

Non abbiate paura del robot

Le ultime ricerche dicono che l'intelligenza artificiale darà impulso all'economia dato che serviranno competenze nuove

Gli italiani che hanno un posto di lavoro sono terrorizzati, come i loro colleghi in tutto l’Occidente economicamente avanzato. La paura cresce e non nasce solo per la crisi economica, ma si nasconde dietro una sigla, I.A., che sta per Intelligenza Artificiale. In base a una ricerca pubblicata pochi giorni fa dall’Associazione italiana delle direzioni del personale, la Doxa stima che il 70 per cento di chi vive nel nostro Paese sia convinto che robot, informatica e intelligenza artificiale avranno come primo effetto la distruzione di milioni di posti di lavoro.

È vero che sul mercato inizia ad affacciarsi una nuova generazione di macchine e di robot dotata dell’innovativa caratteristica di apprendere in modo autonomo. Ma davvero avranno impatti così negativi sull’occupazione? Parrà strano, ma il dibattito non è affatto nuovo. Al contrario, la paura delle modificazioni sociali indotte dalla tecnologia è una costante storica. Di un’inevitabile «disoccupazione tecnologica» scrivevano nel 1800 David Ricardo a Karl Marx. Nel secolo scorso il tema è stato trattato anche da altri economisti, per esempio da John Maynard Keynes, che invece scrutava il futuro con eccessivo ottimismo. Nel saggio Prospettive economiche per i nostri nipoti, scritto nel 1930, Keynes prevedeva che in un secolo l’automazione industriale avrebbe affrancato l’umanità dal lavoro, tanto che contro la noia sarebbe stato necessario distribuirne il poco che restava: «Avremo giornate lavorative di tre ore» sosteneva Keynes «e settimane di 15 ore». Oggi al lavoro ci sono non i nipoti, ma i bis-nipoti di Keynes, eppure non esiste nulla di simile a una settimana lavorativa di 15 ore.

Negli ultimi cinque anni, in tutto l’Occidente, il dibattito sull’impatto dell’I.A. sull’occupazione è stato potentemente condizionato da due studiosi dell’Università di Oxford. Nel settembre 2013 Carl Benedikt Frey e Michael Osborne hanno pubblicato The future of employment, dove hanno stimato quello che da allora è il dato centrale e prevalente sui media e nell’opinione pubblica: nei prossimi 10-20 anni, «il 47 per cento degli occupati americani è ad alto rischio di automazione, e un altro 20 per cento è a medio rischio». Due terzi dei lavori potrebbe essere spazzato via dall’I.A., insomma, e si salverà solo il 33 per cento.

Per arrivare a questo catastrofico risultato, i due studiosi hanno assunto come campione le 702 tipologie di occupazione nella classificazione ufficiale del mercato del lavoro americano. Poi hanno chiesto a esperti di hi-tech di valutare il «livello di rischio» di ogni lavoro, partendo dalle potenzialità d’impiego dell’I.A. in quel determinato settore. Infine hanno elaborato un algoritmo che ha valutato la «possibilità di  estinzione» per ogni tipo di professione. Il risultato è che il 67 per cento dei posti di lavoro negli Stati Uniti, in 10-20 anni, sarebbe a concreto rischio di scomparsa.

Questo tsunami professionale, sostiene il saggio, sarebbe conseguenza soprattutto dello sviluppo di due insiemi di tecnologie, il «machine learning» e la «mobile robotic», che rappresentano le due nuove frontiere dell’intelligenza artificiale. La prima consente alle macchine di apprendere in modo autonomo. Così, nelle previsioni di Frey e Osborne, sono entrati nella categoria ad alto rischio non solo i lavori più ripetitivi, per esempio quello dei magazzinieri, sempre più minacciati dalla «mobile robotic», ma anche molte occupazioni nei servizi.

Nei grafici del loro saggio, le occupazioni più insidiate sono quelle che riguardano vendita, lavoro d’ufficio e assistenza amministrativa, ma anche trasporti e transito merci. L’esempio più clamoroso è quello della «guida autonoma», che pure negli Stati Uniti è ancora in via di sperimentazione: è un sistema dove l’informatica che governa la vettura, chilometro dopo chilometro, apprende le possibili variabili del comportamento umano e ovviamente le migliora avvicinandosi in teoria alla perfezione. In The future of employment si legge che, in una scala compresa tra «rischio zero» (cioè nessuna possibilità di subentro da parte dell’I.A., indicata con 0) al «rischio massimo» (cioè la più elevata possibilità di sostituzione, indicata con 1), gli autisti di camion sarebbero al livello 0,79 e andrebbe ancora peggio ai taxisti, con lo 0,89.

Un altro settore che rischia di essere massacrato dalla I.A., secondo Frey e Osborne, è il commercio. Grazie ai veloci progressi della geolocalizzazione, in America stanno nascendo ovunque i nuovi supermercati Amazon Go, nei quali si fa la spesa senza commessi e senza casse: ogni negozio dispone di un sistema informatico che «capisce» dove si ferma il cliente, controllandone il cellulare, e individua che cosa compra. Alla fine, un sistema di pagamento elettronico fa il resto. Il risultato è che cassieri e venditori, nelle tabelle di Frey e Osborne, sono tra le categorie più in pericolo: il loro punteggio di rischio è rispettivamente 0,95 e 0,97. Praticamente estinti da qui al 2023.

Ma davvero questa marcia verso l’abisso non ha alcuna possibilità di salvezza? Negli ultimi tre anni, in realtà, molti studi hanno cercato di mostrare come, a fronte dell’introduzione di nuove tecnologie nei processi produttivi, sarà possibile creare posti di lavoro in campi diversi oppure modificare quelli esistenti, senza cancellarli. Le statistiche continuano a mutare in positivo. Il caso più notevole è quello del World Economic Forum. In un report presentato a Davos nel 2016, il Wef prevedeva che, entro il 2020, si sarebbero perduti 5 milioni di posti di lavoro in 20 Paesi (Argentina, Australia, Brasile, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Giappone, Messico, Filippine, Russia, Singapore, Sud Africa, Corea del Nord, Svizzera, Thailandia, Regno Unito, Stati Uniti, Vietnam): 7 milioni di posti sarebbero stati distrutti, contro 2 milioni creati.

Tuttavia, nell’ultimo aggiornamento dello stesso report, qualche mese fa, quelle catastrofiche previsioni sono state ribaltate. Anche le misure di riferimento sono molto diverse: oggi il Wef sostiene che entro il 2022, in quegli stessi 20 Paesi, 75 milioni di posti verranno distrutti, ma altri 133 milioni saranno creati. Il saldo, insomma, diventerà positivo di 58 milioni di posti. E questo, in gran parte, proprio per rincorrere le imperscrutabili necessità delle nuove tecnologie.

Viene in mente il paradosso di Max Roser, tra i massimi studiosi di «economia del cambiamento», la suggestiva materia che insegna a Oxford. Sottolinea che gli occupati europei in agricoltura, negli ultimi sei secoli, sono passati dal 78 al 2 per cento del totale della forza lavoro. «Se tra 1400 e 1700 avessimo mostrato i dati di oggi a un qualsiasi contadino europeo» dice Roser «questi si sarebbe detto certo che nel 2000 il lavoro in sé sarebbe scomparso. Perché all’epoca l’unico lavoro “vero” e immaginabile era quello dei campi».

Certo, il cambiamento si farà sentire. E non sarà indolore. Deutsche Bank, il colosso tedesco del credito che versa in gravi difficoltà, ha varato un piano che in tre anni investirà 13 miliardi di euro nelle nuovissime tecnologie, con l’obiettivo finale di risparmiarne almeno 6,6 all’anno. L’istituto si è affidato a un sistema di I.A. capace d’imparare a svolgere le operazioni ripetitive: questi robot immateriali svolgeranno i compiti oggi affidati a 18 mila addetti, destinati a uscire dal lavoro. In compenso, in Deutsche Bank come nel resto del mondo, presto aumenteranno i tecnici che dovranno occuparsi d’informatica e di protezione dei dati. E serviranno anche figure oggi inesistenti, come i «man-machine teaming manager», cioè gli addetti che dovranno garantire la migliore combinazione tra uomo e robot; o i «data detective», i tecnici che dovranno vagliare i dati organizzativi dell’azienda e proporre soluzioni ai problemi.

Niente paura, insomma, perché il lavoro non si distrugge: cambia. Certo, in ogni epoca bisogna adattarsi alle mutazioni, con spirito di cambiamento. E saper leggere il futuro. 

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