Legge di Stabilità: dieci buoni motivi per rottamarla
Legge di Stabilità: dieci buoni motivi per rottamarla
Economia

Legge di Stabilità: dieci buoni motivi per rottamarla

Più tasse, nuovi impedimenti burocratici e naturalmente nessun taglio alla spesa pubblica: ecco la manovra del governo Letta

Tutto quello che c'è da sapere sulla Legge di Stabilità

1. Comma antipensioni. La batosta sulle pensioni arriva dall’articolo 12 comma b della legge di stabilità. Una formuletta apparentemente innocua è, in realtà, un salasso: «Con riferimento al trattamento complessivo degli importi...». Che cosa significa? Quella frase identifica la modalità con la quale le pensioni degli italiani verranno (anzi, non verranno) rivalutate. Attenzione perché il tema è complesso. Partiamo dal fatto che le pensioni si dividono in scaglioni a seconda del moltiplicatore rispetto alla minima Inps (495 euro). Ora chi prende fino a 3 volte la minima Inps, cioè 1.468 euro lordi, ha diritto a una rivalutazione al costo della vita del 100 per cento: significa che se l’inflazione sale dell’1 per cento, anche il suo assegno sale dell’1 per cento. Chi prende 4 volte la minima (1.981 euro) ha la rivalutazione del 100 per cento sullo scaglione precedente e del 90 per cento sugli ultimi 495 euro. Chi prende 5 volte la minima ha sempre una rivalutazione completa sul primo scaglione, del 90 per cento sul secondo e del 75 per cento sugli ultimi 495 euro.

La manovra rivoluziona questo sistema. Per chi prende fino a 1.486 euro non cambia nulla, ma d’ora in poi chi prende tra 1.486 e 1.981 euro avrà una rivalutazione del 90 per cento sull’intero importo e non solo sugli ultimi 495 euro. Analogamente chi prende tra 1.981 e 2.476 euro ha una rivalutazione del 75 per cento ancora sull’intero importo. Chi prende oltre 5 volte la minima ha una rivalutazione al 50 per cento sempre su tutto l’assegno, e oltre i 2.973 euro, 6 volte la minima, non c’è alcun aggiornamento al costo della vita

2. Cuneo fiscale & bugie... «I 14 euro di cui si è parlato non esiste, è una cosa tirata fuori da chi vuole denigrare il lavoro fatto. Questa cifra non c’è nella legge di stabilità, è stata inventata per farci male». (Enrico Letta).
Sopra, quel che ha detto Enrico Letta intervistato da Lilli Gruber. Nel testo della manovra presente sul sito online del governo si legge che il beneficio annuo per un dipendente è di 152 euro l’anno pari a 12,6 euro al mese.
Ma questo importo non è un vero «sollievo». Ad abbassare il cuneo fiscale, infatti, provò anche Romano Prodi nel 2007 stanziando 11,54 miliardi in 3 anni. Gli effetti sono stati nulli sul fronte dei redditi, perché vennero falcidiati dall’aumento delle tasse locali. Lo stesso rischio che corre Enrico Letta con i suoi 10,6 miliardi. Per fare un esempio: l’addizionale Irpef dello 0,8 per cento appena approvata dal Comune di Milano annulla tutti i vantaggi per chi guadagna oltre i 21 mila euro l’anno.

3. La manovra sul cuneo fiscale fa dire a Letta che le tasse caleranno dell’1 per cento in tre anni. Possibile? Certo, basta prevedere, come ha fatto il governo, un pil in aumento e il gioco è fatto. Ma se nel 2014 il pil non cresce dell’1 per cento come è stato previsto? Allora la pressione fiscale scenderà di appena lo 0,1 per cento, frutto del taglio di imposte per 3,7 miliardi e di nuove entrate per 1,9.

4. Tagli? Ma quali tagli... Carlo Cottarelli, nuovo commissario alla spending review, ha la responsabilità di tagliare drasticamente le spese dello Stato. E se non ci riesce? Qui viene il bello. Se non si tagliano le spese a partire dal 2015, diminuiranno gli sgravi fiscali a favore dei cittadini, che poi è un altro modo per aumentare le tasse. Di quanto? Tre miliardi nel 2015, 7 nel 2016 e 10 nel 2017.
In totale, se i politici non ridurranno le spese per questi importi, i cittadini avranno un aggravio di imposte di 20 miliardi in tre anni. «È un caso da manuale di quella che la teoria economica chiama incoerenza temporale» spiega Carlo Stagnaro, direttore studi e ricerche dell’Istituto Bruno Leoni. «Obiettivo del governo è avere il timbro della Ue. Una volta ottenuto l’ok della Commissione, non ha più incentivi per tagliare la spesa. Quindi è più probabile che dal 2015 aumentino le tasse piuttosto che fin da subito si taglino le uscite».

5. Tetto alla bontà. Ogni anno gli italiani possono versare il 5 per mille dei propri redditi alle associazioni non-profit. Nella manovra è previsto un tetto a queste donazioni: si può essere buoni ma non oltre i 400 milioni complessivamente. Significa che oltrepassata questa soglia tutto ciò che avanza verrà incamerato dallo Stato. Per farci cosa non è chiaro. Il fatto certo è che questo tetto verrà superato: nel 2010 gli italiani hanno donato 463 milioni e nel 2011 488. «Il tetto è una follia, un’infamia, un inganno» esclama Giulio Sapelli, professore di storia economica alla Statale di Milano. «Spero solo che sia un’idea di qualche tecnico a caccia di quattrini e non l’indirizzo politico dell’intero governo».

6. Potete dire addio alla liberalizzazione delle professioni. Il governo ha infatti introdotto un obolo di 50 euro per chi vuole partecipare a un concorso per diventare avvocato o notaio. Invece di abolire gli ordini, si certifica la loro esistenza attraverso una tassa che sarà molto difficile eliminare in futuro.

7. Una vera e propria patrimonialina: il bollo sui titoli finanziari depositati nei conti titoli delle banche o delle poste passa dallo 0,15 allo 0,20 per cento. Chi ha 20 mila euro su un conto deposito paga 40 euro di bolli invece di 30. Chi ha meno in ogni caso non potrà pagare meno di 34,20 euro.

8. Tasi (e paga). Poi c’è il grande capitolo della casa e lo scioglilingua delle tasse annesse: Tari (rifiuti), Tasi (servizi) e Trise (la somma delle due). La Tasi è nuova e serve per pagare la polizia locale, la pulizia delle strade e l’illuminazione, ma finendo nel calderone dei bilanci comunali finirà per finanziare qualsiasi cosa. La Tasi sulla prima casa darà un gettito di 3,7 miliardi, 400 milioni in più dei 3,3 miliardi dell’Imu. Secondo il ministero dell’Economia, però, il confronto va fatto con i 4,7 miliardi di gettito garantito dall’Imu sulla prima casa (pagata nel 2012) insieme alla quota di Tares sui servizi indivisibili, entrambe abolite. Quindi si tratterebbe di 1 miliardo di tasse in meno. Il fatto è che questi calcoli sono fatti nella remotissima ipotesi che i comuni mantengano l’aliquota standard dell’1 per mille. Con i tagli ai trasferimenti agli enti locali è difficile che qualcuno rinunci ad aumentare l’aliquota.

9. Affitti, oh cari. Sulle case sfitte si pagherà l’Imu, la Tasi e anche l’Irpef al 50 per cento della rendita catastale. Per quelle affittate si pagherà un’Irpef pari al 50 per cento della rendita catastale, in entrambi i casi a partire dall’anno fiscale in corso. «Le manovre sulla casa disincentivano l’investimento nell’immobiliare» spiega Mario Breglia, presidente della società di ricerca Scenari immobiliari. «In Europa si incentiva l’acquisto di case da dare in affitto, noi facciamo il contrario»

10. Tassa minima. Oggi quando si compra una casa si paga un’imposta di registro commisurata al valore. D’ora in poi non si potrà pagare meno di 1.000 euro. Significa che se si compra un monolocale in periferia dal valore catastale molto basso, prima si poteva pagare anche meno di 1.000 euro di tasse, ora non più. Questa misura ovviamente colpisce soprat- tutto le compravendite di piccoli immobili. A proposito: tutte le case comprate o vendute da comuni cittadini devono avere la certificazione energetica. Regola che non vale per lo Stato, il quale può vendere i suoi palazzi anche senza certificazione. Perché? Perché, come diceva il marchese del Grillo, «io so’ io e voi non sête un c...».

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