Elkann contro Della Valle: le ragioni dello scontro
Vittorio Zunino Celotto/Getty Images
Elkann contro Della Valle: le ragioni dello scontro
Economia

Elkann contro Della Valle: le ragioni dello scontro

Tra passato e futuro (incerto) come si colloca la polemica tra il presidente di FCA e di Tod's, tra ambizioni politiche e economiche e galateo dimenticato

Ne scriviamo? Non ne scriviamo? Ma sì, tanto è a puntate, meglio scrivere senza aspettare il prossimo episodio. Ci riferiamo al singolar tenzone tra Diego Della Valle e John Elkann, rispettivamente imprenditore delle calzature di successo mondiale con le Tod’s e leader del gruppo Fca (Fiat –Chrysler). Stamattina John Elkann, a margine di un evento torinese, stuzzicato dai giornalisti sull’ultima intemerata di Della Valle che ha recentemente preannunciato una possibile azione di responsabilità contro la gestione della Rcs (Rizzoli Corriere della Sera) ha violato il tradizionale aplomb e smettendo per qualche istante il perenne sorrisetto cortese è andato giù duro: "Non posso pensare che Della Valle abbia preoccupazioni su Rcs, penso che la Tod's lo preoccupi. La Tod's va male, è giù del 20 da inizio anno. Rispetto ai suoi concorrenti Prada, Armani, Lvmh e Kering è un nano. Un'azienda di dimensioni piccole e non sta andando bene".

Figuriamoci. Dalle parti di casette d’Ete, quartier generale della Tod’s, c’è da scommettere che la temperatura stia salendo, come sempre quando nelle fucine si prepara qualche bomba. Della Valle non si asterrà da repliche. E la schermaglia a distanza, iniziata ormai da un paio d’anni, proseguirà.

Con quale costrutto? Assolutamente nessuno. La verità è che la situazione incerta del gruppo editoriale milanese è stata talmente dissuasiva verso tutti i suoi soci che la Fiat ha esercitato l’aumento di capitale oltre la propria quota, salendo al 20% del gruppo e diventando di fatto il dominus con l’appoggio di Intesa Sanpaolo. E gli altri azionisti, fermi al palo. Così è il capitalismo: del resto, e in questo Elkann ha ragione, 100 o 200 milioni per Fiat sono poca cosa, anche se sarebbe assai meglio se il Lingotto (anzi: Detroit) li spendesse per salvaguardare qualche posto di lavoro in più in fabbrica: per quanto ormai anche in Rcs si tratti soprattutto di salvare posti, più che di creare sviluppo. Per Della Valle, invece, 100 milioni si contano e si pesano.

La polemica dimostra in realtà due cose, da non sottovalutare:
1) Per quanto la Fiat sia una realtà globale, tiene molto – e così il suo primo azionista – ad avere una voce forte nel dibattito politico ed economico italiano, voce che ha acquisito col controllo congiunto di Corriere della Sera e Stampa (l’influenza ce l’aveva da sempre, sul Corriere, ora comanda lei: tra l’altro violando la legge antitrust, perché se si aggiungono le copie vendute dalla Gazzetta dello sport, se ne sforza il tetto).
2) I grandi capitalisti, quando vengono messi a nudo dalle polemiche e dagli interessi, dimenticano il galateo e se le cantano di santa ragione: onore a Della Valle di aver cominciato, rompendo la pantomima delle buone maniere.
3) È vero, purtroppo, che la Tod’s – gestita in realtà ottimamente e contraddistinta da eccellenti parametri economici - è però piccola in confronto con altri gruppi del lusso, soprattutto stranieri, cresciuti molto di più. Ma Della Valle è stato per anni molto vicino a Luca di Montezemolo, che col suo fondo Charme aveva visto giusto sull’opportunità di aggregare brand del lusso italiani e farli crescere. Peccato che Montezemolo non sia un industriale, e abbia fatto – bene, per lui - il mestiere che più gli piace, quello del deal-maker, rivendendo al miglior offerente le aziende aggregate e non investendo per farne, tutte insieme e aggiungendone altre, un colosso globale. Un’altra occasione sprecata per l’Italia.

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