Contratti di lavoro, cosa cambia con l’accordo tra Confindustria e sindacati
ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
Contratti di lavoro, cosa cambia con l’accordo tra Confindustria e sindacati
Economia

Contratti di lavoro, cosa cambia con l’accordo tra Confindustria e sindacati

Firmata tra le parti sociali un’intesa che cerca di rilanciare gli accordi collettivi nazionali di categoria, contro le cosiddette intese pirata

L'intesa preliminare è stata firmata il 27 febbraio e quella definitiva il 9 marzo 2018Confindustria e sindacati (Cgil, Cisl e Uil) hanno siglato un accordo che segna una nuova tappa nelle loro relazioni. Non si tratta di una svolta epocale ma soltanto di un’intesa che ha sostanzialmente due finalità. La prima è rilanciare il ruolo dei contratti collettivi nazionali di lavoro,  mettendo fine al proliferare dei cosiddetti accordi pirata (cioè quei contratti firmati in Italia da organizzazioni poco rappresentative, che non rispettano i dettami degli accordi collettivi nazionali in quanto prevedono retribuzioni e condizioni di lavoro peggiori).

La seconda finalità dell’intesa è modernizzare un po’ il sistema della contrattazione collettiva, introducendo tra gli elementi che compongono il trattamento economico dei lavoratori anche le prestazioni di welfare aziendale (per esempio gli asili nido, l’assistenza sanitaria e la previdenza integrativa). Inoltre, sempre per modernizzare gli accordi collettivi, Confindustria e sindacati hanno espresso l’intenzione di rafforzare i contratti collettivi di lavoro aziendali e territoriali, cioè quelli firmati nelle singole imprese o in determinate aree geografiche. Nello specifico, le parti sociali hanno fissato degli indirizzi (un po’ generici) per i contratti aziendali, stabilendo che il loro scopo principale deve essere quello di far crescere la produttività e i risultati dell'impresa.

Il Tem e il Tec

Confindustria e sindacati hanno dunque fissato due pilastri su cui si baseranno i nuovi contratti di lavoro. Ci sarà innanzitutto un Trattamento economico minimo (Tem), una base salariale che rimarrà legata in gran parte all’inflazione, cioè alla variazione dei prezzi. A questa si aggiungerà il Trattamento economico complessivo (Tec) che includerà tutti le componenti aggiuntive della retribuzione, comprese quelle che si concretizzano appunto con prestazioni di welfare integrativo aziendale.

Sulla base del Tem e del Tec, gli industriali e le organizzazioni dei lavoratori si sono anche impegnati ad adottare regole per impedire che i principi fissati dagli accordi nazionali di lavoro vengano violati da sigle sindacali e associazioni di categoria non sufficientemente rappresentative , con un dumping contrattuale che ha un duplice effetto negativo: danneggia i lavoratori con paghe inferiori al minimo e penalizza pure le imprese che rispettano tutti i dettami del contratto nazionale di categoria e sono così esposte a una concorrenza sleale.

Infine, le parti sociali hanno concordato un maggiore impegno sul fronte della formazione professionale, della sicurezza sul lavoro e per aumentare la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione dell’impresa. Si tratta appunto di enunciazioni di principio, che faranno da cornice alle relazioni sindacali dei prossimi anni. La vera novità dell’intesa appena siglata, se novità si può definire, è appunto il rilancio del ruolo della contrattazione collettiva nazionale, di fronte ai tentativi della politica di indebolirla o ridefinirne il perimetro.

Contro il salario minimo

Da anni si parla dell’istituzione di un salario minimo fissato per legge, proposto in tempi diversi da varie forze politiche, dal Pd sino ai 5 Stelle passando per Lega. L’istituzione per legge di una paga minima di base era prevista anche dal Jobs Act, la riforma del lavoro del governo Renzi, ma il decreto attuativo della norma non è stato mai approvato.

Confindustria e sindacati hanno però mostrato sempre una certa contrarietà al salario minimo, proprio perché indebolirebbe notevolmente il ruolo della contrattazione collettiva nel nostro Paese. Se infatti la paga-base viene stabilita dalla legge (a un livello inevitabilmente inferiore al salario minimo fissato da molti accordi collettivi di categoria), c'è il rischio che alcune aziende cerchino di liberarsi dei vincoli del contratto nazionale, per poi pagare meno i propri dipendenti senza tuttavia violare la legge. In questo modo, come già ricordato, verrebbero penalizzate anche le imprese che rispettano i dettami degli accordi collettivi di categoria, costrette a pagare di più i loro dipendenti.

Con l’intesa appena raggiunta, insomma, Confindustria e sindacati sembrano aver voluto un po’ rimarcare il terreno, facendo capire che, quando ci sono in ballo i contratti di lavoro, devono ancora avere  l’ultima parola.

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