I segnali che (non) ci sono della ripresa
ANSA /Carlo Ferraro
I segnali che (non) ci sono della ripresa
Economia

I segnali che (non) ci sono della ripresa

Il Pil nel quarto trimestre 2013 è tornato a salire, ma la produzione industriale nel 2013 è crollata e il debito pubblico è schizzato oltre i 2.100 miliardi

Ripresa. Il termine, che in economia indica l’avvio di una fase positiva dopo un periodo di crisi, compare sempre più spesso nelle dichiarazioni rilasciate dal nuovo esecutivo a guida Renzi.

Per la verità, l’unico segnale positivo è quel misero +0,1% del prodotto interno lordo registrato nel quarto trimestre dello scorso anno.

Un regalo, ha sottolineato malignamente l’ex ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, del precedente esecutivo (Letta) all’ormai ex sindaco di Firenze. 

"Un segnale comunque importante, perché per la prima volta troviamo un più dopo nove trimestri consecutivi in negativo. E che quindi va letto in quest’ottica" spiega invece a Panorama.it Marco Onado, economista dell’università Bocconi.

"Il problema - prosegue - è consolidare la ripresa, come evidenziato da quasi tutti i principali centri studi italiani. La crescita del nostro paese invece appare ancora molto fragile e le previsioni danno nel 2014 un pil allo 0,7 - 0,8% (la prima stima è di Bankitalia, la seconda di Prometia, ndr). Per recuperare il terreno perduto, insomma, c’è ancora molto da fare".

GOVERNO RENZI, QUANTO COSTA IL PROGRAMMA ECONOMICO

L'Europa meridionale, Italia in testa, continua a essere la parte più preoccupante dell'economia mondiale nonostante le previsioni di crescita per il 2014, come ha ricordato di recente l'Fmi che ha rivisto al ribasso le stime sul pil di quest'anno da 0,7 a 0,6% (+1,1% invece nel 2015).

Già, perché gli altri dati macro sono tutt'altro che incoraggianti: a leggere, sembra andare tutto giù, tranne il debito pubblico che continua, nonostante i tagli e i sacrifici, a salire (oltre i 2.100 miliardi di euro a fine novembre 2013): il rapporto debito / Pil a fine 2013 ha raggiunto il massimo storico toccando il 132,6%; la produzione industriale invece è crollata del 3%.

Persino i consumi alimentari, in un paese dove l'ultima cosa cui si rinuncia è il buon cibo, sono calati del 3,1% lo scorso anno.

Eppure qualche altro dato positivo che fa ben sperare c’è, aggiunge Onado.

Come quello delle esportazioni, che a dicembre è cresciuto del 5,1% (+4,9% rispetto a un anno prima, secondo l’Istat), anche se rispetto al 2012 l’andamento dell'export nel 2013 è risultato stazionario (-0,1%), con una dinamica positiva però proprio verso i paesi extra Ue +1,3%, dove il peso della divisa comune dovrebbe farsi sentire.

Uscire dall’euro, come tornano a proporre taluni, potrebbe essere una soluzione per far tornare l’Italia ad essere più competitiva? "Tornare a un'idea di autarchia vagamente mussoliniana - sottolinea Onado - non mi sembra la soluzione più idonea per rispondere alla sfida che ci pone la globalizzazione: un'impresa di un paese europeo, che torni alla sua vecchia valuta per essere più competitivo rispetto agli altri paesi dell'Eurozona, non venderebbe uno spillo, che so, in Germania. L'Italia fuori dall'euro sarebbe per giunta messa al bando dalla comunità degli investitori internazionali, visto che potremmo anche essere costretti a ripudiare il nostro debito pubblico perché diventato eccessivamente oneroso".

Si è tornato a parlare di ridurre il cuneo fiscale, anche se il governo Renzi vorrebbe trovare le risorse necessarie aumentando la tassazione sui risparmi. Le riforme promesse dall’attuale governo vanno nella giusta direzioni? "Per la verità mi sembra che ci si stia concentrando troppo sul mercato del lavoro, quando è ben più importante riuscire a rimettere in moto la produzione industriale. E la strada non è solo quella di riaprire i rubinetti delle banche, considerato che molte imprese italiane sono già fin troppo indebitate".

Dunque come se ne esce? "Le elezioni europee di fine maggio - conclude - saranno uno snodo fondamentale per capire come gli europei valutino la politica dei piccoli salti. L'Europa, come ha ricordato di recente il presidente della Bce Mario Draghi, ha bisogno invece di fare uno scatto in avanti. Purtroppo Bruxelles si è incartata ed è ancora percepita dai cittadini come lontana, mentre l’Europa siamo noi ed è una risorsa".

Ti potrebbe piacere anche

I più letti