Brexit: cosa cambia per chi lavora nel Regno Unito
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Brexit: cosa cambia per chi lavora nel Regno Unito
Economia

Brexit: cosa cambia per chi lavora nel Regno Unito

Gli italiani dovranno rinunciare al welfare e alla sanità gratuita. Difficile partire nei prossimi anni senza un contratto di lavoro

ConBrexitsarà più difficile partire alla cieca e improvvisarsi freelance a Londra. Come hanno fatto negli anni passati e continuano a fare molti italiani in cerca di qualche opportunità in più. Bastano (o meglio, bastavano) un biglietto low cost e un divano dove dormire a casa di amici. Il tempo necessario per trovare un lavoro, magari come cameriere o lavapiatti in una pizzeria o in un ristorante italiano. Per poi cambiare impiego e realizzare, per i più fortunati, i propri sogni.

Ma il passato, in questo caso, è più che mai d'obbligo. Quando il Regno Unito lascerà ufficialmente l'Unione europea, Londra sarà molto meno cool e swinging per gli italiani e gli altri europei. E su circa mezzo milione di nostri connazionali che hanno scelto di vivere nella terra di Sua Maestà, non saranno pochi quelli costretti a tornare indietro.

Ancora nel limbo per due anni

Forse è ancora troppo presto per fare le valige: servono, a detta degli esperti di norme europee, come minimo due anni per completare le procedure necessarie per tagliare tutti ponti con l'Unione europea, diventare uno stato extra Ue e stabilire nuovi accordi. Ed è assai probabile che i tempi si allunghino, visto l'esitare della classe dirigente britannica a mettere in pratica il verdetto uscito dalle urne.

Certo è che i flussi consistenti degli italiani - come quelli visti tra il 2014 e il 2015, quando circa 60 mila connazionali si sono trasferiti dall'altra parte della Manica - si ridurranno. E di molto: niente libera circolazione, nessun diritto automatico a lavorare solo perchè si ha la cittadinanza europea nel Regno, dove magari poter usufruire del generoso welfare britannico.

Assegni di disoccupazione e sanità gratuita per i britannici, ma oggi garantiti ai loro cugini (non tanto amati) europei, i quali, non di rado, vengono bollati dalla propaganda nazionalista come "benefits cheaters", versione molto "british" e poco "politically correct" dei nostri "falsi poveri".

La via australiana

Non ci sarà, quindi, un esodo da qui al 2018 e i cervelli in fuga è probabile che non ritornino indietro. Londra, fanno notare gli esperti, non può fare a meno dei lavoratori stranieri, siano essi camerieri, autisti, ricercatori o colletti bianchi. Assai probabile, invece, è l'arrivo di una stretta per i futuri ingressi: senza un contratto di lavoro si potrà vivere alla meglio solo per qualche mese, come turista; salvo poi essere rispediti indietro. Un po' come in Australia o negli USA.

Cosa può fare chi vive già nella City

Chi lavora già da tempo nel Regno Unito potrà scegliere invece di avere il doppio passaporto. È la via più sicura per mettere le radici ed evitare brutte sorprese: l'italiano che ha regolarmente versato le tasse per più di 5 anni, come prevedono le norme, potrà richiedere la cittadinanza britannica e mantenere quella tricolore. L'alternativa è un visto lavoro, che però va rinnovato.

Una strada che probabilemente sarà applicata anche agli studenti universitari provenienti dai paesi Ue. Porte chiuse nelle prestigiose università britanniche achi non avrà un visto studio. E chi ce l'avrà, potrà comunque scordarsi tutti quei vantaggi (come i prestiti agevolati per pagare le rette universitarie) che sono stati estesi fino a oggi a tutti i cittadini europei. E con Brexit, goodbye Erasmus.

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