Cronaca

Terrorismo, come si radicalizzano i detenuti

Un esponente della Polizia penitenziaria spiega come cambiano le abitudini dei detenuti e con quali rischi. Il ministro Orlando: "Il problema c'è ma i dati non sono allarmanti"

Nadia Francalacci

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Circa 170 soggetti, considerati al pari degli imam, per l'influenza che possono esercitare, stanno "condizionando" le carceri italiane. Il loro arrivo all’interno degli istituti penitenziari modifica le abitudini e l’alimentazione dei musulmani ma soprattutto crea nuovi organigrammi che facilitano la radicalizzazione. È per questo che oltre 3 mila musulmani, di 7 mila praticanti su una popolazione carceraria di 9 mila, sono costantemente sotto osservazione..

In sostanza, un terzo dei musulmani presenti nella carceri italiane manifesterebbe una "simpatia" verso l’estremismo islamico. Tra questi 3 mila islamici presenti nelle nostre carceri, anche quelli del carcere calabrese di Rossano, che dopo aver saputo della notizia degli attentati di Parigi dello scorso 13 novembre hanno festeggiato davanti al numero dei morti. Quattro dei 21 terroristi islamici detenuti, infatti, hanno inneggiato al grido di "Viva la Francia libera".

Ma del pericolo di una conversione verso l'Islam fanatico e il terrorismo, ne parla anche il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando: "Abbiamo consapevolezza del rischio del proselitismo e della radicalizzazione jihadista nelle carceri, ma i numeri non sono allarmanti: le persone coinvolte in un percorso di radicalizzazione, con diverse gradazione di adesione, sono circa 360".

"I numeri arrivano da un monitoraggio - ha precisato il ministro - e il fenomeno non è comparabile con quello di altri paesi europei".

Ma la radicalizzazione non interessa solo i detenuti adulti ma anche i minori. Nelle carceri minorioli, infatti, sono stati registrati episodi di proselitismo jihadista. "Casi di radicalizzazione interessano anche il circuito minorile- conclude Orlando- ma non è un fenomeno di massa considerato che in tutto il complesso delle carceri minorili non si arriva a 500 minori complessivamente detenuti. Quindi nessun allarme ma nessuna sottovalutazione".

Angelo Urso, Segretario generale della Uilpa Penitenziari, che cosa accade all’interno di un carcere quando arriva un "imam"?
Si stravolgono completamente le abitudini della popolazione musulmana. In concreto, i soggetti che prima non pregavano mai, alla presenza di questi soggetti molto legati alla religione iniziano a pregare e in contemporanea modificano completamente la loro dieta, eliminando dai pasti la carne di maiale. Oltre alle cinque volte che sono quelle previste per la preghiera giornaliera, di fatto chiedono di essere portati nelle aree comuni che sono state adibite nelle carceri per ogni professione religiosa.

Quindi si riuniscono per la preghiera in questo spazio comune.
Si, è in questa occasione che possono essere gettate le basi per una radicalizzazione del detenuto. È in questa area comune destinata alla preghiera, dove loro trascorrono nell’arco di un mese diverse ore, che si cominciano a delineare le "finalità esterne" dei loro incontri. Ovviamente la radicalizzazione non ha modo di essere vissuta all’interno delle carceri e troverà sfogo solo all’esterno.

Il carcere, di fatto, potrebbe essere uno dei luoghi dove l’intelligence potrebbe acquisire informazioni utili..
Il carcere è un "pozzo di informazioni", ma questo non è ancora chiaro neppure all’intelligence. Diciamo che molte cose sono cambiate in questo ultimo periodo e una leggera attenzione in più è stata manifestata anche dagli agenti dei Servizi, ma non è ancora abbastanza rispetto a quello che potrebbe dare, in termini di informazioni preziose e fondamentali, l’istituto carcerario.

Si spieghi meglio.
La Polizia penitenziaria potrebbe essere utilizzata in modo molto diverso dalla semplice "guardia" della cella. Ad esempio potrebbe essere davvero fondamentale e rivoluzionario sia per le indagini che per una corretta e meticolosa mappatura di questi soggetti, ovvero i terroristi, una fotografia visiva da inserire nello Sdi, il sistema utilizzato dalle forze dell’ordine.

Cosa intende per fotografia visiva?
Adesso quando entrano i detenuti, essi siano terroristi o comuni ladri, noi compliamo il "modulo 9" nel quale mettiamo le generalità e poco altro del detenuto in entrata nel nostro penitenziario. L’operazione richiede all’incirca una ventina di minuti. Con la fotografia visiva, la scheda personale del soggetto verrebbe arricchita da una mappatura-descrizione-fotografia dei suoi tatuaggi, cicatrici e altri segni particolari. In sostanza il soggetto, assieme alle impronte digitali e palmari, sarebbe veramente schedato e riconoscibile. Si pensi all’importanza di un tatuaggio, ad esempio, per risolvere un caso di rapina dove il soggetto viene solo filmato o identificato per quel particolare.

La polizia penitenziaria non è molto presente negli organismi interforze.
Infatti, anche questo è, a mio avviso, una mancanza grave in quanto moltissime delle indagini partono proprio dal carcere. Il carcere, ripeto, è veramente un punto nevralgico di acquisizioni di informazioni capaci di dare una spiegazione a quanto accade all’esterno.

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