Studente morto in gita, le ultime quattro speranze di sapere la verità

I clienti dell'albergo, il livido, l'alcol, il dna. O arriva la svolta o l'indagine sulla morte di Domenico Maurantonio si chiude qui

Domenico Maurantonio

Domenico Maurantonio il giovane liceale padovano precipitato da un hotel, a Milano, durante un soggiorno in città organizzato dalla scuola in occasione dell'Expo, Milano 10 maggio 2015 – Credits: Facebook

Carmelo Abbate

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Il buco nero dentro il quale è piombata l’indagine sulla morte di Domenico Maurantonio, il diciannovenne padovano caduto dal quinto piano di un albergo di Milano, è grande poco più di un’ora.

Dalle cinque e mezza alle sei e mezza del mattino, quando il compagno di classe che gli dormiva accanto nel letto matrimoniale apre gli occhi, nota la sua assenza, pensa che sia in bagno e si riaddormenta fino alla sveglia delle sette.

 

Cosa è successo in quella ora? Perché Domenico è uscito dalla stanza dove riposava con tre compagni di classe? Come è finito su quella finestra dalla quale è volato giù? E cosa significano quelle tracce di cacca lasciate in giro sul pianerottolo, il corridoio e il davanzale?

Sono quattro gli appigli investigativi ai quali restare attaccati nella speranza che possano portare qualche elemento utile a far luce sulle indagini.

I testimoni

Partiamo dai testimoni. Uno alla volta, andando a cercarli dal Manzanarre al Reno, gli uomini della squadra mobile della polizia di Milano stanno rintracciando tutti i clienti di un albergo che assomiglia a un porto di mare, dove passano clienti che la mattina dopo volano dall’altra parte dell’oceano. Tanti sono stati rintracciati e interrogati, altri ne rimangono la ascoltare. Si cerca disperatamente qualcuno che abbia sentito qualcosa.

Sotto questo aspetto si può fare una prima riflessione dettata dalla pura logica. Tutti coloro che dormivano nelle stanze accanto o di fronte alla finestra incriminata, non soltanto i compagni di scuola ma anche i clienti dell’albergo, sono stati trovati e hanno detto di non aver sentito nulla di particolare.

Ora, detto che tutto è possibile, perfino che si possa giocare, scherzare, litigare in monastico silenzio, una considerazione si può certamente fare: un ragazzo fa la cacca in giro per il piano, sale sulla finestra, cade, e da quel posto non si leva un grido, una imprecazione, un tramestio, uno spavento soffocato. Almeno nel senso che non viene percepito dalle stanze accanto, perché certo niente esclude che possa esserci stato ma non sentito.

Intanto rimane che il silenzio totale non soltanto restringe la presenza di altri soggetti vicino alla finestra, ma rafforza anche la versione dei compagni di stanza i quali stavano dormendo. Ripetiamo, queste sono soltanto riflessioni su un piano logico. Se domani mattina salta fuori un testimone che racconta tutt’altro, diventano di colpo parole vuote di significato.

Il medico legale

Altra risposta importante può e deve arrivare dal versante medico legale. Diciamo le cose come stanno. Se noi siamo qui oggi a parlare del giallo della morte di Domenico Maurantonio mentre altri casi simili non finiscono neppure sulle prime pagine dei giornali, è anche e soprattutto perché il medico legale accorso sul luogo dell’incidente ha parlato del famoso livido sull’avambraccio che avrebbe fatto pensare a una presa.

Noi giornalisti abbiamo fatto due più due (livido più trattenuta), più due (trattenuta più goliardata) più due (goliardata più lassativo) e abbiamo mandato al diavolo i principi basilari della matematica, e pure della nostra deontologia professionale.

Nella sua prima relazione consegnata alla procura di Milano, il medico legale sfuma l’elemento iniziale del livido: il segno che sembrava suggestivo non sembrerebbe più essere tale, non c’è infiltrazione emorragica che lascia pensare alla presa, eccetera eccetera. Termini tecnici per dire che la scienza per il momento allarga le braccia: non riusciamo a capire di cosa si tratta.

Ma a questo punto, dal medico legale dovrebbe arrivare una parola chiara e netta. Certo, ci va spiegato da cosa può essere originato il segno sul braccio, da dove arriva e come può essere stato provocato. Ma se non è indicativo di una presa, allora bisogna scriverlo in modo diretto: nessuna presa. Perché questa affermazione non sarebbe priva di valore ai fini investigativi, in quanto finirebbe per sgombrare il campo da tutta una serie di ipotesi, di scherzi, di trattenute, di spinte.

L'alcol nel corpo

Passiamo alla questione dello stato di ebbrezza di Domenico. Il livello di alcol nel sangue era di un grammo per litro, una misura che già rappresenta il doppio del valore per il quale viene ritirata la patente. E bisogna anche considerare che siamo al cospetto di un ragazzo che non è abituato a bere, quindi il dato ha un valore più significativo rispetto a quello che assume in un uomo avvezzo al bicchierino.

Anche in questo caso il medico legale nella sua relazione ha aggiunto un dettaglio importante: nello stomaco di Domenico c’era tanto alcol, nella misura di 3,5 grammi per litro. Che per carità, prima di arrivare nel sangue ne lascia una parte nel processo di assorbimento, ma in ogni caso stiamo parlando di un livello che messo in circolo nelle vene potrebbe portare al coma etilico.

Che tipo di conseguenza di natura neurologica può o potrebbe aver provocato una tale quantità di alcol nel sangue? Questo gli esperti devono metterlo nero su bianco, perché anche il suicidio, pur senza ragioni valide, è una possibilità che non si può escludere a priori.

Il dna sulle unghie

Infine, la traccia di dna che è stata trovata sui margini delle unghie di tre dita della mano di Domenico. È necessario sapere a chi appartieme, ma il dato che verrà fuori va trattato dagli investigatori e dalla stampa con un approccio assolutamente laico. Le possibilità sono due: la prima è che appartenga a un compagno di classe, il quale dovrà certo spiegare quando e come si sono toccati. Ma la storia può anche finire lì, perché sul corpo di Domenico non ci sono segni di colluttazione. Diverso è il caso che il dna sia di un cliente dell’albergo che nulla a che vedere con Domenico e la sua classe in gita. Qui si aprirebbe un’altra storia e la persona sarebbe chiamata a dare subito risposte chiare, precise e puntuali.

Sono questi i ganci a cui ci si attacca per evitare che l’indagine sulla morte di Domenico venga trascinata nel buco nero. Quell’ora di mistero e vuoto assoluto va riempita, ma senza inventarsi nulla.

Perché una giustizia che sia tale, quando capisce che non può andare oltre, piuttosto che fare ulteriori e più gravi danni, si ferma.

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