Edoardo Frittoli

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Mussolini era giunto a Milano il 19 aprile 1945 da Gargnano per stabilirsi in corso Monforte presso il Palazzo della Prefettura. A pochi metri in linea d'aria si trovava il numero due della Repubblica Sociale, il segretario del Partito Fascista repubblicano Alessandro Pavolini.

Siamo nel pieno centro di Milano, a poche centinaia di metri da Piazza San Babila. Quello che fu l'ultimo quartier generale del partito fascista di Salò si trovava negli eleganti ambienti della Villa Necchi-Campiglio (oggi uno dei fiori all'occhiello del Fondo per l'Ambiente Italiano-FAI) in via Mozart al numero 14. Fu tra le stanze disegnate dal celeberrimo architetto Piero Portaluppi e requisite alla proprietà che il segretario del PNF sognò l'estremo baluardo difensivo della RSI, un piano cresciuto contemporaneamente a quello più famoso e noto come il "Ridotto alpino repubblicano" in Valtellina.

Il "quadrato fortificato Monforte", che sarà raccontato nelle pagine del diario di un'addetto del Comando Generale delle Brigate Nere (anch'esso in via Mozart) era il cuore di un sistema difensivo costituito da cinque settori in cui era stato diviso il territorio cittadino e che avrebbero dovuto resistere all'impatto dell'avanzata degli Alleati. Milano avrebbe dovuto essere protetta da un lungo campo trincerato (tra i 22 e i 25 km) e difesa dalla fantomatica forza di circa 100.000 uomini delle forze della Repubblica Sociale. Vicino all'elegante parco della villa, un altro giardino al civico 6 della stessa via Mozart nascondeva una delle "ville tristi" milanesi dove negli ultimi mesi di guerra il funzionario di un "reparto speciale di polizia repubblicana" Pasquale Isepi (detto il "dottor Rossi") torturava i prigionieri rispondendo agli ordini diretti delle SS di Theo Saewecke e Walter Rauff.

Il quadrilatero in cui si trovava Mussolini durante gli ultimi giorni milanesi sarebbe anche stato difeso da armi leggere e pesanti nonché da blindati e carri armati. Protetto il Duce nel bunker antiaereo di Palazzo Isimbardi (quello del rifugio a cono noto come la "torre delle sirene"), i cingoli e i cannoni dei carri armati avrebbero presidiato il quadrato disegnato da Corso Monforte, Via San Damiano, Via Vivaio e via Mozart. Diversi bunker in cemento armato avrebbero dovuto essere allestiti ai quattro angoli del ridotto, di fronte all'ingresso di Villa Necchi Campiglio e del Palazzo della Prefettura. Le adiacenze avrebbero dovuto essere illuminate a giorno da potentissimi riflettori, e gli accessi alle vie del quadrilatero protette da sbarramenti anticarro e cavalli di frisia. Il parco della villa quartier generale di Pavolini avrebbe dovuto essere completamente scavato e trincerato. Dalle finestre dei palazzi liberty della zona fortificata avrebbero dovuto sbucare le canne di centinaia di armi leggere. I lavori partirono comunque anche nel caos degli ultimi giorni di Salò. Era il 22 aprile quando iniziarono i primi e unici lavori di fortificazione, complicati dalla carenza cronica di materie prime e dall'azione speculativa dei costruttori che arrivarono a chiedere cifre astronomiche per le gettate di bunker e piazzole. Sotto lo sguardo dei giovanissimi militi della Compagnia Giovani Fascisti "Bir el Gobi", i lavori di trinceramento proseguirono solamente per una manciata di ore. Le centinaia di armi leggere e pesanti non giunsero mai, dal momento che gli unici ancora bene armati erano i Tedeschi che si ritiravano. Secondo una testimonianza presente nelle pagine del diario rilasciata da un "vecchio soldato" non meglio specificato, Pavolini arrivò addirittura ad ordinare l'acquisto delle armi alla borsa nera.

Alle ore 17 del 25 aprile 1945 il segretario del PNF udiva un trambusto provenire dal cortile della Prefettura. Pavolini fece un balzo da una delle finestre del piano terreno di villa Necchi, appena in tempo per vedere Mussolini sparire a bordo di una Balilla con la bombola di metano sul tetto, accompagnato dal Sottosegretario Francesco Maria Barracu. Prima ancora di iniziare, per il "quadrato Monforte" era giunta la fine.

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