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Cronaca

Pino Maniaci, direttore di Telejato indagato per estorsione

La procura lo intercetta e scopre che il "giornalista antimafia" agevola Cosa nostra in cambio di denaro e favori

Era sembrato prima una vittima e poi un eroe ricevendo il sostegno e la solidarietà di esponenti politici, Giuseppe Maniaci, il direttore di Telejato, la tv simbolo della lotta alla mafia. E invece, da delle intercettazioni e un video, si scopre non solo aver mentito sulle minacce ricevute ma, cosa ancor più grave, di aver proprio agevolato "Cosa nostra" in cambio di soldi e favori.

Mentre i carabinieri di Partinico eseguivano misure cautelari, emesse dal gip di Palermo, nei confronti di dieci esponenti della "famiglia" di Borsetto accusata di associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia di beni, nel mirino del gip di Palermo è finito anche il direttore dell’emittente nota per le sue campagne antimafia.

Secondo le accuse del gip il giornalista avrebbe ricevuto somme di denaro e agevolazioni dai sindaci di Partinico e Borsetto in cambio proprio di una linea più morbida e di commenti edulcorati sull’operato delle amministrazioni comunali. L'inchiesta, partita nel 2012, ha fatto luce sulle attività della famiglia di Borgetto e in particolare Antonino Giambrone e i suoi due fratelli Tommaso e Francesco fornendo agli inquirenti tutto materiale che svela il ruolo centrale di Giambrone e le dinamiche dell’organizzazione. Oltre che sulle invenzioni di Maniaci.

Il caso Maniaci
Nel 2014 Pino Maniaci aveva denunciato contro ignoti l’uccisione dei suoi cani, ultima di una serie di intimidazioni subite. “Ora mi devono dare la scorta, ce la giochiamo con la mafia”, diceva il direttore di Telejato non sapendo invece di essere intercettato dalla Procura. Da quelle intercettazioni, infatti, si scopriva che le intimidazioni subite dal giornalista non avrebbero nulla a che fare con la mafia, ma con vicende private.

In realtà, sostengono gli investigatori, le minacce sarebbero state opera non dei mafiosi, ma del marito della donna con cui Maniaci aveva una relazione. Intercettazioni telefoniche e video sarebbero invece una delle prove a carico di Maniaci.

Accusato ora di aver preteso denaro, piccole somme da 200-300 euro, e favori dai sindaci di Borgetto e Partinico in cambio di una linea editoriale più morbida nei loro riguardi, sulle relazioni con la clientela e parentele scomode dei sindaci, aveva in passato ricevuto, per le minacce che sosteneva aver subito, la solidarietà di tanti esponenti politici. Tra cui quella del premier.

La telefonata di Renzi e la solidarietà degli altri
In una telefonata il presidente del Consiglio Matteo Renzi, nel dicembre 2014, aveva espresso a Maniaci la sua “solidarietà”, vicinanza e apprezzamento per l'impegno coraggioso contro la mafie e la criminalità organizzata.

Non solo. Sempre nel dicembre 2014 il vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia, Claudio Fava, era andato a Partinico per portare la sua solidarietà a Maniaci affermando quanto il direttore fosse “l’esempio del giornalismo che non si piega e non si arrende".

Anche il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, aveva espresso un suo pensiero sull'uccisione dei cani di Maniaci definendo il giornalista: “L'ultimo esempio di quello che può succedere quando i giornalisti fanno il loro dovere e fanno informazione fino in fondo, senza riserve e senza condizionamenti “.

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