Cronaca

Perché il Piano antiviolenza per le donne non decolla

Dopo gli ultimi femminicidi, l'Associazione Telefono Rosa punta il dito sulla lentezza delle Istituzioni

Femminicidio

Nadia Francalacci

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È una vera e propria mattanza e prosegue al ritmo di una donna uccisa ogni 48-72 ore.

In Italia i femminicidi si susseguono, così come gli abusi e le violenze che le donne sono costrette a subire dai propri compagni o ex fidanzati. Quasi quotidianamente siamo a descrivere storie diverse di massacri e umiliazioni che, nonostante accadano in località diverse e con protagonisti differenti, hanno sempre un denominatore comune: la violenza cieca che porta alla morte.   

“A distanza di 4 mesi e di fronte ad un quadro che assume sempre di più contorni drammatici, con un femminicidio ogni due giorni, il Piano nazionale antiviolenza, frutto di un lungo confronto tra società civile, associazioni di donne, sindacati, ministeri e istituzioni, e che porta con sé la novità di un intervento finalmente strutturale sul tema, non è ancora operativo”.

È la delusione di Laura Vassalli, responsabile delle Relazioni Esterne del Telefono Rosa, che condanna la lentezza delle Istituzioni davanti al susseguirsi di violenze che travolgono non solo la donna ma anche i figli, come è accaduto a Cisterna di Latina.

“Il Piano strategico del Governo per la lotta alla violenza maschile contro le donne per il triennio 2017-2020, approvato in Conferenza Stato-Regioni, a tutt'oggi non decolla - continua la volontaria del Telefono Rosa - Al Governo che si insedierà nei prossimi giorni chiederemo di renderlo immediatamente operativo, perché in una situazione drammatica come quella italiana, dove molto si dice ma poco si riesce a fare per contrastare concretamente la disparità di potere tra uomini e donne attendere ulteriormente è un fatto gravissimo”.

Lo Stato italiano, peraltro, ha ratificato la Convenzione di Istanbul approvata nel 2011 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, e quindi ha l’obbligo di rendere operativo il Piano strategico.

“Nonostante l’inasprimento delle pene, ci sono ancora tre punti essenziali sul quale occorre riflettere ed intervenire prontamente: la protezione concreta delle donne, l’ammonimento per lo stalker e il supporto agli uomini violenti” spiega Vassalli.

La protezione e l'ammonimento

“Le donne devono capire che non si può denunciare un compagno e poi rientrare nella stessa abitazione dove si consuma la violenza - prosegue - Questo è il primo fattore di rischio per una donna. Infatti, è necessario che il Governo si impegni a creare nuove “case-rifugio” dove, con i propri figli, possano trovare protezione e solo dopo esservi entrate, sporgere denuncia alle autorità di polizia”.

Anche l’ammonimento”, provvedimento normativo voluto per distogliere e dissuadere l’uomo dall’avvicinarsi alla sua vittima, è sotto accusa. "Non funziona, abbiamo visto decine e decine di casi di ammonimento che hanno avuto come epilogo finale il massacro di una donna. La magistratura deve essere più risoluta ed efficace se veramente si vuole proteggere la vita di una donna”.

"E non possiamo trascurare neppure i carnefici" conclude. "Gli uomini violenti devono essere seguiti con appositi protocolli e supportati in un percorso di maturazione affettiva e di elaborazione di situazioni e ruoli sociali profondamente cambiati e che loro devono poter riconoscere ed accettare”.

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