Cronaca

Omicidio di Roma: i dettagli agghiaccianti di un massacro premeditato

Oggi i due assassini di Luca Varani oggi saranno davanti al giudice per l'interrogatorio di garanzia

Nadia Francalacci

-

Più trascorrono le ore, più emergono dettagli raccapriccianti sulla morte di Luca Varani, il ragazzo di 23 anni massacrato, venerdì notte, in un appartamento del quartiere Collatini a Roma.

I due hanno cominciato a parlare, a ricordare e a ripercorre tutto quello che hanno fatto durante le ore del massacro.

 

Luca è stato seviziato, torturato per ore. I due aguzzini, sotto l’effetto della cocaina e dell'alcol, volevano vedere l’effetto che faceva l’uccidere un'altra persona, ma i lamenti e le urla della vittima gli davano fastidio.

È così, che mentre infierivano sul corpo della giovane vittima, per non farlo urlare, per evitare che potesse chiedere aiuto gli hanno tagliato le corde vocali. Più e più tagli alla gola che non sono stati mortali, per Luca, ma che gli hanno inflitto una sofferenza atroce e l’impossibilità di chiedere aiuto o far capire ai vicini di casa che cosa stava accadendo.

Le torture sono andate avanti per ore, fino a quando i due universitari della Roma 'bene', non si sono stufati e lo hanno finito: ad ammazzare Varani è stata una coltellata al cuore. E il colpo mortale, secondo quanto riferito da Manuel Foffo, è stato inferto da Marco Prato. L'arma è rimasta conficcata nel petto e rimossa solo dal medico legale.

La voglia di "fare del male"

Ma questa crudeltà e ferocia è stato l’effetto della cocaina e dell’alcol?
Manuel Foffo, aveva già avuto in passato idee violente. L'idea di ''fare del male'' a qualcuno, ad una persona presa a caso, era già balenata nella mente di Manuel Foffo. Lo ha ammesso lui stesso durante l’agghiacciante confessione di quanto compiuto nel suo appartamento nel quartiere Collatino.

"In passato – ha raccontato al pm Francesco Scavo - avevo avuto un momento in cui avevo l'intenzione di far del male a qualcuno. Non so come questa idea sia maturata tra me e me". E ancora. "Anche se ho avuto il pensiero in passato - aggiunge - è rimasto tale e non ho mai pensato che potesse concretizzarsi. Non mi ritengo capace di aver fatto quello che ho fatto".

Un'ammissione ulteriore della premeditazione della tortura messa in atto nel corso di un festino a base di cocaina ed alcol. Un'azione violenta e sadica in cui nulla è stato lasciato al caso. Neppure l’ultima fatale coltellata al cuore.

Gli inquirenti, grazie alla confessione di Foffo, stanno ricostruendo le ore precedenti all'efferato delitto. A quelle, agghiaccianti tanto quanto il massacro di Varani.

La ricerca della vittima

La sera di giovedì 3 marzo i due in auto con hanno cercato "una persona" da ammazzare. "Quando eravamo in macchina - dice Foffo al pm - non abbiamo portato a termine la nostra intenzione di fare male a una persona perché non abbiamo trovato nessuno. Lo avremmo forse fatto se avessimo trovato quella persona. Non ricordo quanto tempo girammo in macchina ma so che non abbiamo fatto uso di cocaina durante la nostra uscita. Non ricordo cosa abbiamo fatto o se abbiamo incontrato qualcuno".

Prima di contattare e incontrare Luca Varani, gli arrestati hanno avuto incontri con almeno altri due ragazzi nell'appartamento di via Giordani .
"Io e Marco abbiamo deciso - racconta al pm - di trascorrere del tempo insieme da mercoledì scorso nel mio appartamento ma non siamo stati sempre soli. Ricordo che è venuto un mio amico di nome Alex che avevo conosciuto mesi fa in una pizzeria sulla Tiburtina".
L'universitario precisa, inoltre, che quando Alex "è venuto a casa eravamo sotto l'effetto della cocaina ma mantenevamo la lucidità. Aggiungo che è stato presso casa mia anche un certo Giacomo, altro mio amico. Quando invece è arrivato Luca, sia io che Marco eravamo molto provati dall'uso prolungato di cocaina, e quindi non più lucidi".

Nell'ambito dell'interrogatorio di convalida in carcere, l'avvocato Michele Andreana chiederà una perizia psichiatrica e gli esami tossicologici.

Tre famiglie senza pace

Tre famiglie distrutte dal dolore, un ragazzo massacrato e una fidanzatina, quella della vittima, che non riesce a darsi pace per non essere riuscita a trattenerlo con sé quella sera.
Il padre di Manuel Foffo, uno dei due aguzzini, è sconvolto. “Voglio credere che sia stata la droga a mandarlo fuori di testa, altrimenti cosa dovrei pensare, di aver generato un mostro?- ha dichiarato al Corriere della Sera Walter Foffo, padre di Manuel- mio figlio studiava e aiutava noi al lavoro, scavando nel suo passato al massimo troverete la patente ritirata, se ci fossero stati precedenti legati all'alcol o alla droga l'avrei saputo e fatto curare, quindi io dico: che roba era quella che hanno preso? Cosa c'era dentro visto che tutti e due i ragazzi sono usciti fuori di testa?”.

Un uomo che non riesce a darsi spiegazioni razionali, giustificazioni a un gesto di una barbarie indescrivibile.
“Le motivazioni addotte per l'omicidio confermano ciò che penso fin dal primo momento, cioè che mio figlio fosse totalmente incapace di intendere e di volere- continua il padre di Foffo- quando lui è stato ascoltato la prima volta dalle autorità sicuramente non aveva ancora smaltito tutta la droga, abbiamo letto che ha anche parlato di mostri. Le colpe, i debiti e i peccati si pagano, e lui pagherà, ma da padre voglio anche pensare che ci sia una motivazione a tutto questo, perché qua non parliamo di una scazzottata o di raptus ma di una cosa prolungata, una barbarie, se i conti coincideranno hanno anche dormito col morto in casa”.

Poi l’uomo conclude con un pensiero rivolto ai genitori di Luca: “Non conoscevo né Luca né la sua famiglia, vorrei abbracciarli questi due genitori tanto buoni da aver adottato un bambino, ma non ho il coraggio, forse loro penserebbero che sono io l'uomo che ha generato un mostro".

La disperazione della fidanzata

Se il padre di uno degli assassini è sconvolto, anche la fidanzata della vittima Marta Gaia Sebastiani, non è da meno. Anzi, lei vive un profondo senso di colpa, quello di non essere riuscita a tenerlo con sé. "Lo hanno portato lì con l'inganno. I due che lo hanno ucciso non li conosco, ma di sicuro la sua unica colpa è stata quella di essere troppo ingenuo con le persone sbagliate- si sfoga la ragazza- da quando gli hanno fatto, non riesco più a capire la mente umana. Neanche le bestie al macello si trattano così”.

"Luca non si drogava, lo escludo- continua nel ricordo, Marta Gaia- era sorridente, sereno, un ragazzo semplice che lavorava e si dava da fare sebbene i genitori non avessero problemi di soldi. Non si era mai diplomato, aveva fatto anche tre anni di scuole serali. Poi aveva lavorato in pizzeria. Ora faceva il carrozziere”.

"Se aveva un progetto per la sua vita era quello di stare per sempre con me. Ci siamo messi insieme nel 2007. L'ho conosciuto a scuola - racconta la ragazza - inciampando nel suo zainetto”.

© Riproduzione Riservata

Commenti