Un nome ai Marò
A sinistra Paolo Fattorini, direttore della Scuola di specializzazione in Medicina Legale a Trieste. A destra il tenente colonnello Massimiliano Fioretti direttore del Sacrario di Redipuglia con le cassette contenenti i prelievi
Un nome ai Marò
Cronaca

Un nome ai Marò

I resti di 27 militari trucidati da Tito, hanno fatto ritorno in Italia. Ora il via alle procedure di riconoscimento con i test del dna

L’ufficiale tira fuori con delicatezza dal bagagliaio della macchina blu con la targa dell’Esercito, le piccole cassette grigie avvolte nel Tricolore. Poi il tenente colonnello Massimiliano Fioretti, che la ha custodite la notte prima al sacrario di Redipuglia, scatta sull’attenti nel saluto militare. Un momento toccante della consegna di 350 prelievi ossei dai resti di 27 militari italiani, in gran parte marò ventenni della X Mas, trucidati dai partigiani di Tito alla fine della seconda guerra mondiale.

A sx Paolo Fattorini, direttore della Scuola di specializzazione in Medicina Legale a Trieste. A dx il ten. col Massimiliano Fioretti direttore del Sacrario di Redipuglia

“Siamo pronti a iniziare le indagini genetiche comparando il Dna dei familiari dei caduti a quello dei reperti ossei contenuti in queste cassette” spiega Paolo Fattorini, che accoglie i resti. Esperto di cold case è direttore della scuola di specializzazione dell’Istituto di medicina legale di Trieste, sotto il cappello dell’Università. Le casette sono arrivate scortate dai militari da Bari, dove una squadra di anatomo patologi di un altro luminare universitario, Franco Introna, ha ricostruito gli scheletri scoprendo torture ed esecuzioni prima della sommaria sepoltura. Ventuno marò della X Mas e 6 militi del battaglione Tramontana di Cherso si arresero ai titini a guerra oramai finita. E furono torturati, poi trucidati, senza alcun rispetto per la Convenzione di Ginevra e infine scaraventati in una fossa comune a Ossero, oggi in Croazia, il 22 aprile 1945.

Solo nel 2019 il Commissariato generale per le onoranze ai caduti del ministero della Difesa, in collaborazione con le autorità croate, aveva finalmente riesumato i resti dei soldati italiani. Le 27 cassette con su scritto “caduto ignoto” sono state trasferite con tutti gli onori al Sacrario militare di Bari dei 70mila periti oltremare nella prima e seconda guerra mondiale.

Due anni fa gli esuli di Lussinpiccolo hanno lanciato l’iniziativa per dare un nome e un cognome ai resti. Grazie al sito di Panorama sono stati raccolti 26mila euro con centinaia di donazioni, che hanno permesso di coprire le spese delle università di Bari e Trieste. Gli atenei hanno firmato una convenzione con la Difesa del ministro Lorenzo Guerini per far tornare alla luce questo cold case di 77 anni fa. Non si tratta di riscrivere la storia, assolvere o dimenticare colpe della X Mas, ma di un gesto di umanità per le vittime di un crimine di guerra ed i loro familiari, che non hanno mai avuto una tomba dove deporre un fiore. Per i 21 marò sono stati rintracciati 14 congiunti, che hanno accettato il prelievo del Dna e attendono con emozione una risposta. “Ci vorranno almeno 9 mesi per arrivare a qualche conclusione” spiega Fattorini.

Licia Giandrossi, Pres. Comunità Lussinpiccolo

La presidente della Comunità di Lussinpiccolo, che ha dato il via all’iniziativa, Licia Giadrossi, è pure lei emozionata: “Finalmente sono arrivati a Trieste. La speranza è dare un nome a questi ragazzi uccisi dai titini, che sembravano scomparsi per sempre, così giovani, nel turbinio di una guerra finita”.

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