Cronaca

Mamme ad ostacoli

Fare figli e lavorare? Per le donne spesso è ancora un miraggio tra costi assurdi e difficoltà burocratiche

mamma

Francesco Borgonovo

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«Si dice che l’Italia sia il Paese dei mammoni. Qui, però, le mamme non hanno per niente vita facile». La giornalista Paola Setti ha appena pubblicato un libro dal titolo eloquente: Non è un Paese per mamme. Appunti per una rivoluzione possibile (All Around) e snocciola dati che fanno rabbrividire. «Secondo gli ultimi dati pubblicati a dicembre 2018 dall’Ispettorato nazionale del lavoro e riferiti al 2017, su 39.738 dimissioni registrate, tre su quattro hanno riguardato le mamme lavoratrici, cioè il 77 per cento del totale, di cui una su quattro in Lombardia».

Donne che lasciano il posto di lavoro perché non ce la fanno a conciliare gli impegni con il complicato e fondamentale mestiere di mamma. Donne che spesso sono obbligate a scegliere di lasciare l’ufficio perché non hanno mezzi a sufficienza o, semplicemente, i ritmi che devono sopportare sono ingestibili, specie perché, al ritorno a casa, c’è un intero universo familiare di cui devono occuparsi.

Nella metà dei casi di dimissioni registrati dall’Ispettorato del lavoro, «le ragioni espressamente riconducibili all’incompatibilità tra occupazione lavorativa e cura dei figli sono 15.825». Poi ci sono quelle che lasciano perché non hanno una rete di sostegno, cioè parenti che possano dare una mano a tenere i bimbi: 11.792, nel 2016 erano 7.469, l’aumento è notevole. «C’è chi perde il lavoro in modo eclatante» dice Paola Setti «allora può fare causa, e magari la vince, ottiene un risarcimento in denaro che finisce subito. Poi ci sono le mamme che vengono subdolamente accompagnate alla porta entro i limiti di legge. Se trovi il datore di lavoro illuminato che ti viene incontro, magari riesci a conciliare le esigenze di mamma con quelle dell’impiego. Altrimenti ti accomodi alla porta».

Troppo spesso la decisione di lasciare il lavoro non dipende dalla volontà della madre di passare più tempo a casa con la prole, ma dal fatto che, alla fine dei conti, conviene di più dimettersi che lavorare e utilizzare quasi tutto lo stipendio per pagare altri che badino ai piccoli. «I conti sono presto fatti» spiega ancora Setti. «A fronte di uno stipendio quasi mai superiore ai mille euro, ne spendi almeno 500 tra tata e nido e dai restanti 500 devi togliere costi base come pannolini e prodotti per l’igiene». Le rette, in particolare, sono un salasso. «Devi essere molto povero per avere il posto al nido quasi gratis. Altrimenti, più o meno, le rette si equivalgono tra pubblico e privato, intorno ai 350-400 euro. Con punte in Lombardia e Trentino, dove la retta si aggira attorno ai 500 euro».

Certo, alcune Regioni cercano di porre rimedio. La Lombardia ha stanziato 42.200.000 euro per garantire nidi gratis alle famiglie in condizioni di vulnerabilità sociale ed economica, cioè quelle con un Isee inferiore o pari a 20 mila euro l’anno. Anche nel Lazio e altrove sono disponibili misure di questo tipo, ma sempre rivolte a chi guadagna poco. In realtà, però, anche le famiglie con redditi superiori hanno bisogno di un sostegno. Del resto, i nuclei con redditi così bassi spesso possono contare su un solo stipendio, e ciò significa che uno dei due genitori può restare a casa con i bambini. Anche la nuova legge di bilancio promette miracoli riguardo le rette. Ma la sensazione è che i problemi economici delle mamme e delle famiglie - specie quelle della classe media (o di ciò che ne resta) - non saranno affatto risolti.

In ogni caso, le difficoltà che incontrano le mamme non riguardano soltanto le spese eccessive. Anche chi si può permettere un nido, magari privato, una tata o una baby sitter o mille altre attività per i bimbi rischia di trasformarsi in una sorta di genitore bancomat, che si limita a sborsare ma non riesce a godersi le gioie domestiche. Il problema riguarda sia le madri sia i padri, i quali forse – almeno per quanto riguarda i ritmi di lavoro - sono ancora più penalizzati. Setti individua proprio nella collaborazione tra donne e uomini la via per la «rivoluzione possibile». In effetti, invece di scaricarsi le responsabilità l’uno con l’altro - come per altro va di moda oggi grazie ai vari movimenti contro la maschilità - i due sessi dovrebbero unirsi e combattere per ottenere più garanzie per la famiglia.

Nel frattempo, però, la lotta quotidiana è quella contro la burocrazia e le complicazioni della macchina pubblica. Anche chi ha diritto a bonus, aiuti e agevolazioni, infatti, in moltissimi casi fatica a raccapezzarsi tra moduli e carte di ogni tipo. Di aiutare le mamme a far valere i propri diritti in questo campo si occupa Sportello Mamme (www.sportellomamme.com), che si presenta come uno «sportello virtuale attraverso cui tutte le mamme e i papà residenti su suolo italiano possono ottenere, gratuitamente, informazioni precise, puntuali e univoche in merito a contributi, indennità e premialità statali e/o comunali in relazione al nucleo familiare». Lo ha ideato e creato Carolina Casolo, che da una dozzina d’anni lavora come consulente fiscale.

«Per tante mamme» dice a Panorama «il primo problema è la mancanza d’informazione. Spesso è molto difficile capire a quali premialità e bonus si ha diritto. Avventurarsi sul sito dell’Inps, poi, può rivelarsi un’impresa».

Le complicazioni sono tantissime. «Circa il 92 per cento delle pratiche di maternità obbligatoria delle mamme libere professioniste che si rivolgono a noi» spiegano da Sportello Mamme «si incaglia per perdita di documenti (come è possibile dato che la trasmissione è telematica?), per errata lavorazione da parte degli operatori, oppure per mancato riscontro del modulo per antiriciclaggio delle coordinate bancarie. Il 93 per cento delle pratiche di maternità obbligatoria di libere professioniste si incaglia e le neo mamme ricevono l’indennità anche dopo 12 mesi dal verificarsi dell’evento».

Poi, ovviamente, ritorna il solito problema dei tempi e dell’organizzazione del lavoro: «Circa il 28 per cento delle mamme che si rivolgono a Sportellomamme.com subisce richieste di demansionamento o delocalizzazione al rientro  dopo il parto». Tutto ciò, come prevedibile, porta  «alla scelta tra dimettersi e godere della Naspi (l’indennità mensile di disoccupazione entro l’anno di vita del minore) oppure rivolgersi a un’assistenza legale per vedere tutelati i propri diritti». Sportello Mamme aiuta i genitori a farsi largo nella giungla burocratica. Offre prima di tutto un questionario gratuito: chi lo compila viene informato a stretto giro riguardo alle agevolazioni e ai bonus cui ha diritto. Quindi, a pagamento, ci sono servizi personalizzati per le mamme, che vengono seguite nei percorsi per ottenere premialità e aiuti.

Già il fatto che un servizio di questo tipo esista e ottenga molto successo rende l’idea di quanto sia complicato, nel nostro Paese, fare la mamma. Se davvero si vuole combattere la denatalità, forse conviene partire proprio da qui: dai problemi che ogni giorno le donne (e gli uomini) devono affrontare per adempiere al compito più bello del mondo. 

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