Cronaca

Legge sulla tortura: perché (giustamente) non piace a nessuno

Testo tortuoso, confuso, inutilmente onnicomprensivo. Eppure sarebbe bastato copiare la convenzione dell'Onu del 1984. Un futuro di caos giudiziario

tortura interrogatorio rapimento

Maurizio Tortorella

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La legge che il 5 luglio ha introdotto in Italia il reato di tortura non piace proprio a nessuno.

È anche orfana: perfino il suo primo firmatario, il senatore democratico Luigi Manconi, l’ha ripudiata.


Da sinistra la demoliscono come "ingannevole", e da destra la censurano perché "controproducente"; molti giuristi e magistrati sostengono sia "inapplicabile", mentre gli avvocati penalisti temono servirà esclusivamente a legittimare violenze sui detenuti in carcere, specie su quelli al regime duro del 41 bis.


Il guaio è che, probabilmente, hanno tutti ragione. Sta di fatto che, malgrado questo coro di No, nella serata di mercoledì la Camera ha detto Sì.

E con 198 voti favorevoli su 233 presenti (35 quelli contrari, gli altri si sono astenuti) ha approvato in via definitiva il testo di due nuovi articoli del codice penale. È passata, insomma, la linea del ministro della Giustizia, Andrea Orlando: "La legge è imperfetta, ma l'alternativa è un binario morto".

Legge confusa e tortuosa

Non che la norma varata ieri abbia l’energia di un treno, né sembra seguire una corsa lineare. Al contrario è tortuosa, confusa, inutilmente onnicomprensiva. La sua sola lettura è di per sé una tortura: "Chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da 4 a 10 anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona".

Le pene salgono poi a un massimo di 12 anni se il torturatore è un pubblico ufficiale. Certo, la legge è tardiva. Nasce dalla convenzione delle Nazioni unite contro la tortura del 1984, che l'Italia nel 1988 s'era impegnata a ratificare. Quello che però esce 33 anni dopo dal nostro Parlamento è la classica toppa-peggio-del-buco. E le critiche, una volta tanto, sono condivisibili anche se provenienti da fronti opposti.

Le critiche

Da sinistra, per esempio, si avverte che non sempre è "verificabile" il trauma psichico frutto di tortura, perché esistono tecniche (come la deprivazione sensoriale, la cui vittima viene privata della possibilità di vedere e sentire) che non lasciano tracce. Da destra, invece, si sostiene che la nuova norma è così confusa che avrà un solo effetto: migliaia di processi contro le forze dell’ordine.

Un mese fa anche il commissario europeo ai Diritti umani, il lettone Nils Muižnieks, aveva bocciato quella che allora era una proposta in discussione.

Disallineato rispetto al testo dell'Onu

In una lettera spedita a Pietro Grasso e a Laura Boldrini, Muižnieks segnalava che il testo era "disallineato rispetto a quello approvato dall’assemblea generale delle Nazioni unite il 10 dicembre 1984" e ratificato quattro anni dopo dal sesto governo Fanfani.

Legittimità costituzionale?

Il problema non è da poco. Il giurista Valerio Onida, presidente della Consulta tra 2004 e 2005, conferma che la difformità dalla convenzione Onu pone gravi dubbi di legittimità costituzionale, perché in base all'articolo 117 della Costituzione le convenzioni internazionali sottoscritte dall'Italia "vincolano il legislatore".

Diversamente dalla legge varata ieri, in effetti, la convenzione votata 33 anni fa dal Palazzo di vetro stabiliva con puntualità, nel suo testo italiano, che "è tortura qualsiasi atto mediante il quale un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio infligge a una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine di: a) ottenere informazioni o confessioni; b) punirla per un atto che ha commesso o è sospettata aver commesso; c) intimorirla o fare pressione su di lei, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione. Il termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime".

Ecco, sarebbe bastato copiare quelle poche righe per evitare problemi e per ottenere una legge perfettamente in grado di punire ogni vero abuso, anche le brutali violenze della Scuola Diaz di Genova per cui la Corte europea dei diritti dell’uomo nel giugno 2016 e perfino nel giugno scorso ha condannato lo Stato italiano, in quanto "ancora privo di norme adeguate contro la tortura".

Purtroppo la legge varata ieri non garantisce affatto da nuove condanne provenienti da Strasburgo. Al contrario, garantisce un futuro di caos giudiziario.

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