Cronaca

Ingroia sfida la Procura di Roma sul tesoro romeno di Massimo Ciancimino

L'ex magistrato oggi difende in tribunale un imprenditore, indagato come presunto complice del testimone del processo di Palermo

L'ex procuratore di Palermo, Antonio Ingroia (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)

Dal 6 ottobre Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto di Palermo, è il difensore di Raffaele Pietro Valente, il 69enne imprenditore molisano che dal 5 giugno scorso è recluso nel carcere di Larino con l’accusa associazione a delinquere e di concorso nel riciclaggio di capitali.

Fin qui nulla di strano. Il punto interessante, e in qualche misura anomalo, è che Valente è indagato a Roma in quanto prestanome di un ex teste di Ingroia a Palermo: Massimo Ciancimino. Gli inquirenti romani, infatti, accusano Valente di avere concorso nell’occultamento del "tesoro" di Vito Ciancimino, un patrimonio di molti milioni di euro, che sarebbe stato investito in Romania, nella più grande discarica d’Europa.

Secondo i pm della capitale Valente, che era titolare all’82% delle quote della Ecorec (la società anonima proprietaria della discarica romena), l’avrebbe ceduta a una società lussemburghese, la Ecovision International, al solo scopo di nascondere le tracce del capitale riciclato. Il giudice nell’ordine di custodia cautelare emesso il 5 giugno ha scritto che c’era “un disegno unico, legato al riciclaggio”, con l’intento di “ripulire la società proprietaria della discarica in Romania, dai legami con il patrimonio mafioso di don Vito e del figlio Massimo”. 

La notizia dell’incarico di Ingroia come legale di uno dei presunti complici nell’occultamento del "tesoro" rumeno di Massimo Ciancimino è stata pubblicata da una testata web cui l’avvocato Ingroia ha dichiarato di conoscere le carte processuali “attraverso indagini svolte sul caso dalla procura di Palermo, che all’epoca chiese l’archiviazione del caso (anche per Valente, ndr), perché non emerse nulla”.

In realtà non andò proprio così. Sul cosiddetto tesoro di don Vito i pm palermitani il 14  aprile 2011 chiesero sì l’archiviazione “per insufficienza di prove”, ma l’archiviazione fu respinta nel 2012 dall’allora giudice Piergiorgio Morosini, ora membro del Csm, il quale ordinò alla Procura ulteriori approfondimenti in Romania. Ma la Procura di Roma, guidata da Giuseppe Pignatone, è arrivata prima.

Il primo arresto di Massimo Ciancimino avvenne l’8 giugno 2006, con la firma dei pm della Dda di Palermo coordinati dagli allora procuratori aggiunti Pignatone e Sergio Lari. L’accusa era associazione a delinquere, reimpiego di capitali di provenienza illecita e fittizia intestazione di beni. Gli inquirenti avevano accertato un investimento di beni illeciti per 60 milioni di euro.

E fu sempre Pignatone, quando era ancora alla Procura di Reggio Calabria, mentre indagava sulla cosca Piromalli, a intercettare Massimo Ciancimino con il commercialista Girolamo Strangi: in uno di questi colloqui, Ciancimino diceva di avere “5 milioni di euro in Francia che facevano la muffa”.

Ascoltato dalla Commissione antimafia il 12 febbraio scorso, il procuratore di Roma, lamentandosi della lacuna legislativa sull’autoriciclaggio, ha dichiarato: “Siamo al paradosso. Si procede contro coloro che eseguono gli ordini di Massimo Ciancimino, ma non si può procedere contro di lui perché concorrente nel reato base da cui questa massa di denaro deriva”.

Ingroia, al contrario, ha instaurato nel tempo e ancora quando era magistrato un rapporto molto diverso con Massimo Ciancimino, fino a descriverlo come “quasi un'icona dell'antimafia". E tanto da difenderne, oggi come penalista, il presunto complice.

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