Cronaca

Violenze domestiche, combatterle con il metodo Scotland

Ideato da un avvocato donna inglese, è stato importato anche in Italia. Ma molto resta da fare, secondo la scrittrice Simonetta Agnello Hornby coinvolta nel progetto

donne

Erica Orsini

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«Bisogna continuare a coinvolgere le persone, perché la violenza è un problema di tutti. È un percorso arduo, ma io ho». 
Simonetta Agnello Hornby è un’incrollabile ottimista, convinta che le grandi rivoluzioni si compiano a piccoli passi. Siciliana, avvocato e scrittrice, vive in Inghilterra da una vita.

A Londra ha fondato uno studio legale per vittime della violenza domestica e i proventi del suo libro, Il male che si deve raccontare, vanno a finanziare la parte italiana dell’Edv, Eradicating domestic violence: il piano per combattere gli abusi familiari lanciato con successo dal ministro Patricia Scotland nel Regno Unito nel 2003.

Un progetto che nel nostro paese stenta a decollare, anche se nel 2013, quando era stato presentato dalla stessa Scotland in visita in Italia, era stato accolto con grande favore. «La parte “accademica”, quella che riguarda gli studi sul fenomeno di cui si occupa l’università Bicocca a Milano, sta andando bene; ma non è stata recepita sul piano pratico. Abbiamo avuto incontri con politici come Laura Boldrini e Valeria Fedeli, cui il progetto era piaciuto. Ma alla fine il messaggio non è passato» si rammarica Hornby. Panorama l’ha intervistata.

Perché da noi è difficile far partire un piano che ha avuto successo in Inghilterra e in altri Paesi, come la Spagna?

Non è decollato nemmeno in Germania o in Francia. Credo perché si tratta di una rivoluzione: bisogna mettere intorno a un tavolo istituzioni diverse, enti pubblici e privati, occorre lavorare molto. Il coordinamento è complicato. Ma non è l’unica causa.

Vale a dire?

In Italia va cambiata la mentalità delle persone, vanno convinte che la violenza è qualcosa che può capitare a tutti. Anche ora che del fenomeno si parla, si punta l’accento sui femminicidi, una parte minima del fenomeno: si parla molto delle donne uccise, mai di quelle morte «dentro», sopravvissute senza mai essere riuscite a riprendersi. E non si parla dei figli, che assistono alla violenze e copiano ciò che accade in famiglia, non si parla della violenza delle donne sugli uomini, che pure esiste.

Lei crede che il cambiamento prima o poi possa avvenire?

Io penso che per coinvolgere le persone la violenza vada anche mostrata. A Cardiff siamo riuscite a portare uno spettacolo teatrale con Filomena Campus, una delle più grandi vocalist del jazz, ed è stato un successo. Ora spero di ripetere l’esperienza in Italia.

Forse bisogna anche far passare il messaggio che ridurre i casi di violenza «conviene» anche sotto l’aspetto economico...

Sicuramente, ma questa cosa non piace. Invece è fondamentale. Si risparmiano molti soldi nel pubblico e nel privato se calano i casi di maltrattamento.

Lei afferma che si può fare molto anche partendo dalle persone comuni, con un coinvolgimento minimo della politica….

Sì, ne sono convinta e magari lo possiamo fare recuperando soluzioni che erano state abbandonate, anche in Inghilterra.

Un esempio?

Durante la Seconda Guerra mondiale esisteva una charity chiamata Gingerbread che aiutava le vedove e i loro bambini trovando loro sistemazione presso famiglie disponibili. In seguito era passata ad accogliere anche le vittime di violenza e i loro figli. Era una cosa bellissima e funzionava. Poi, negli anni, con la creazione dei rifugi, delle case famiglia, si è andata perdendo. Ecco, dovremmo ripristinarla, usando i rifugi che sono essenziali all’inizio, ma non funzionano nel lungo termine.

Perché?

Perché si mettono insieme tante donne che non si conoscono, e se i figli maschi hanno più di una certa età non possono stare con le madri perchè il rifugio non li accetta. E questo accentua il disagio, colpevolizza il ragazzo che si sente destinato a ripetere gli abusi del padre. Invece se queste persone vengono accolte da una famiglia singola, la «cura» funziona.

E si può fare secondo lei?

Si potrebbe. La Regione Sicilia per esempio, riceve molti fondi europei per progetti a favore delle vittime di violenza. Perché non finanziare un progetto come questo? Altro esempio: la solitudine tra gli anziani è un problema enorme, crede che non ci sarebbero persone disposte ad accogliere per qualche tempo una donna con un figlio? Io penso di sì. Gli anziani avrebbero compagnia e le vittime potrebbero curarsi, ma allo stesso tempo sentirsi utili. Il ritorno alla vita passa attraverso l’inserimento in un ambiente normale.

Franco Basaglia, lo psichiatra che ha aperto i manicomi, diceva lo stesso…

Il principio è quello. E ce la possiamo fare. Tutti insieme.

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