Cronaca

Genova 2001: che fine ha fatto il movimento no global

Un bilancio dell'eredità del movimento di contestazione contro la globalizzazione a quindici anni dalla morte di Carlo Giuliani

A woman passes by a giant wall painting

Un ritratto di Carlo Giuliani sui muri di Milano – Credits: DAMIEN MEYER/AFP/Getty Images

Genova, quindici anni dopo la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, il sanguinoso blitz nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto, le insensate violenze dei black bloc europei, le infinite e irresponsabili discussioni sull'assalto alla zona rossa dove era previsto il G8, con lo schieramento di tutti i capi di Stato delle Nazioni più potenti della terra.

Il punto è, quindici anni dopo la morte di Giuliani, capire che cosa sia rimasto, e se sia rimasto qualcosa, di quella stagione di mobilitazioni contro la globalizzazione: quale sia in sostanza l'eredità  di un movimento internazionale, totalmente privo di una regia politica, che dall'America alla Spagna fino all'Italia, pose per primo, alla fine degli anni 90, le questioni, tuttora attuali, della sottrazione di sovranità, di una distribuzione più equa delle risorse mondiali, della debolezza delle istituzioni transnazionali, del governo mondiale dell'economia.

Le risposte non sono univoche. Possono essere solo parziali e ambigue. Dipende  dall'angolatura, dalle Nazioni di appartenenza, dal modo in cui quei movimenti antagonisti - i primi del Nuovo Secolo, nati sulle ceneri dello storico fallimento del movimento operaio organizzato - hanno saputo cambiare pelle e trasformarsi in qualcosa di altro rispetto quello che erano allora, agli albori del nuovo millennio: semplici, generosi e velleitari tentativi di dare l'assalto al cielo e cambiare il corso della Storia.

Dalla Spagna, dove il movimento no global è prima diventato il movimento degli Indignados di Plaza del Sol e infine si è fatto partito con Podemos, agli Stati Uniti, dove nacquero a Seattle i primi movimenti di contestazione dai quali, dopo la crisi del 2008, è rinato il movimento di Occupy Wall Street nel 2011 e nel 2015 la candidatura del socialista Bernie Sanders, fino all'Italia dove le parole d'ordine no global sono state in larga partefagocitate dall'insorgenza neopopulista del Movimento Cinque Stelle: non c'è  Nazione - si pensi solo alla Grecia di Syriza - dove il movimento no global non abbia prodotto i suoi frutti, talvolta avvelenati, non abbia sfondato tra strati allora silenti della popolazione, con punti di vista - contro la casta dei politici e dei padroni del vapore, contro l'1% più ricco del pianeta, contro gli effetti nefasti della globalizzazione - che sono sempre più attuali. Quello che però manca è una sintesi politica, una capacità di farsi governo e proporre un'alternativa credibile. Oggi come e più di allora, quando tra i giovani scesi in piazza a Genova esisteva perlomeno la dimensione della speranza.

La sconfitta più pensante del movimento no global è stata comunque in Italia.  Ci provò allora, il Social Forum, a rilanciarsi a Firenze, in una Firenze blindatissima, per dimostrare che quello che era accaduto a Genova era solo colpa della polizia, dell'irresponsabilità di chi aveva gestito l'ordine pubblico. In quella  manifestazione tutto filò liscio come l'olio, senza incidenti, senza violenze, senza scontri. Ma quello fu, come si dice il canto del cigno, l'inizio della fine.

I movimenti contro la globalizzazione in Italia si sono liquefatti. Sono anche spariti - o sono stati integrati nel panorama urbano - i centri sociali antagonisti, allora brodo di cultura della contestazione. Tutti i leader di quelle giornate di Genova - Luca Casarini, Vittorio Agnoletto, l'ex parlamentare Francesco Caruso - sono scomparsi, salvo qualche sporadica apparizione televisiva o qualche poco credibile tentativo di riciclarsi  nei Movimenti No Tav.

A livello politico gran parte delle parole d'ordine del movimento contro la globalizzazione sono state fatte proprie, e tradotte in chiave neopopulista, dal Movimento Cinque Stelle, un'azienda-partito che probabilmente non sarebbe mai nata senza Genova, ma che è stato capace di svuotare la cultura antagonista grazie all'indiscutibile genio di Casaleggio e Grillo.

Rimane forte la sensazione che la morte di Carlo Giuliani, vittima come e anche più del carabiniere Mario Placanica di quelle assurde giornate genovesi, sia stata inutile. È rimasta qualche targa. Qualche via, una lapide a Genova (Carlo Giuliani, ragazzo), uno strascico infinito di polemiche e di processi - per la Diaz o per Bolzaneto - che si sono conclusi all'italiana, con sentenze più simboliche  che esemplari. E rimane infine qualche citazione, nelle canzoni di Francesco Guccini, Fabri Fibra o Caparezza. Un po' poco, troppo poco, per un movimento che voleva cambiare il mondo e diventare sabbia negli ingranaggi dell'economia globalizzata. Quel  luglio di Genova - a differenza di quanto accaduto in Spagna, in Grecia, negli Stati Uniti - ha lasciato solo il deserto.  

 

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