Cronaca

I genitori vegani ed il figlio denutrito: che fare?

La vicenda dal punto di vista legale è complessa, ma non nuova. Va quindi affrontata mettendo al primo punto il bambino

bambino-ospedale

Daniela Missaglia

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La notizia del bambino di due anni di Nuoro, ricoverato in gravi condizioni al nosocomio cittadino a causa di un avanzato stato di denutrizione, quasi sicuramente connesso al regime alimentare estremo di stampo vegano, rinnova il dibattito su molteplici tematiche.  
Quella di cui non intendo parlare, perché estranea alle mie sfere di competenza, riguarda la correttezza - o meno - del tipo di dieta imposta al minore: lascio a medici ed esperti accapigliarsi sul giusto grado di vitamine B12, ferro e omega 3 assimilabili con o senza alimenti di origine animale. Da madre un'idea ce l’ho.

Da avvocato ragiono solo in termini di tutela di chi non può difendersi da solo (il bambino) e di strumenti utilizzabili in siffatte situazioni-limite, quando l’amore di un genitore non è sufficiente a garantirne l’adeguatezza o la capacità.

L’intervento del Tribunale sarà automatico e così il ventaglio di opzioni che i magistrati specializzati minorili avranno a disposizione: dalle più blande, concernenti la sospensione della responsabilità genitoriale di madre e padre limitatamente a determinate decisioni, passando attraverso il trasferimento dell’affido al Comune di residenza con collocamento del bambino fuori dalla famiglia (nonni, ad esempio, in genere più avveduti), fino alla revoca di quella che un tempo (ora non più, ma è solo un gioco dialettico) si chiamava potestà, con tanto di messa in stato di adozione del bambino.
I precedenti d’altronde ci sono: a Milano come a Genova dove - in quest’ultimo caso - addirittura i genitori erano stati iscritti nel registro degli indagati per maltrattamenti in famiglia, proprio a causa del grave stato di prostrazione della piccola figlia, vittima anch’essa di scelta discutibili in fase di svezzamento. 

Il veganesimo ‘spinto’, somministrato anche a minori in crescita, è fenomeno sempre più diffuso e divisivo che sta entrando prepotentemente nei reparti degli ospedali, costretti ad interventi d’urgenza salva-vita e, di riflesso, nei Tribunali. 
Anche questi ultimi non sono chiamati ad esprimersi sulla correttezza del regime alimentare ma solo sugli effetti che un determinato tipo di accudimento ha prodotto in capo al minore: quando un bambino di tre anni pesa come un neonato, è svogliato, apatico, emaciato e mostra gravi segni di denutrizione, il problema è grande e va affrontato nell’immediato ed alla radice.

Genitori che hanno permesso un epilogo del genere possono considerarsi adeguati a crescerlo in futuro? Nel 2016, a Milano, il Tribunale per i Minorenni aveva optato per collocare il bambino presso i nonni, senza però rescindere i legami con madre e padre, evidentemente pentitisi di quanto fatto e pronti ad un percorso orientato verso un cambiamento.
Ma non sempre è così e l’oltranzismo di alcune famiglie, che i magistrati debbono scandagliare con attenzione, merita seriamente di essere valutato come spia per arrivare anche all’extrema ratio della revoca della responsabilità genitoriale, fondamentalmente per salvare una vita che, altrimenti, sarebbe segnata. 

Uno Stato civile deve proteggere i minori e non può ammettere che essi siano abbandonati nel ‘miglio verde’ della condanna a morte o di gravissimi problemi di salute a causa dell’irriducibile scelta dei loro genitori, quand’anche possidenti, apparentemente inseriti socialmente e acculturati. 
Sul punto non ci può essere dibattito o spazio per tentennamenti di sorta: l’amore non basta. Non è sufficiente professarlo, bisogna dimostrarlo.

Il valore di un sentimento è la somma dei sacrifici che si è disposti a fare per esso, è stato scritto: mi auguro che i genitori di Nuoro sapranno dare risposte valide e dimostrazioni di serio ravvedimento perché, diversamente, la tutela del bene-vita di loro figlio prevarrà su qualsiasi legame di sangue.
E sarà giusto così.

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