Cronaca

Abbattete quel drone

Possono trasportare bombe o rilasciare gas letali. I droni sono un problema anche di sicurezza. Ecco come si difende l'Esercito Italiano

Esercito Italiano drone

Maurizio Tortorella

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Il nemico è di colore nero. E ha quattro eliche. Produce appena un mezzo ronzio, quasi un soffio, e si solleva in aria senza sforzo apparente. La macchina volante è tonda, ha una circonferenza tra e 50 e 60 centimetri, e si muove veloce. A prima vista è poco più di un giocattolo da bambini. Il tecnico militare che lo governa, al contrario, rivela che ha una portata di qualche chilometro e un’autonomia di ore. Mostra anche dove potrebbe contenere una telecamera, e così trasformarsi in un’impercettibile spia, pericolosamente a disposizione di qualsiasi malintenzionato. Aggiunge che potrebbe trasportare ben di peggio: per esempio un’arma capace di sparare. Potrebbe anche essere dotato di un minuscolo sistema di sgancio, e in quel caso potrebbe lasciar cadere dall’alto una piccola bomba, o del liquido infiammabile, o una fialetta di gas letale.

Benvenuti nell’inquietante era dei droni: la piccola, grande arma del futuro-già-quasi-presente. È con questo tipo d’insidie che oggi, a Sabaudia, ha a che fare il Comando artiglieria contraerei dell’Esercito italiano. Qui il Comaca occupa un’ampia area a qualche centinaio di metri dalla spiaggia, irta di pini marittimi e circondata da un alto muro di mattoni biancastri, dove sorge la scuola di artiglieria contraerei. Ma dalla fine del 2018 la contraerea ha realizzato anche un centro di eccellenza, ipertecnologico, dove i suoi tecnici lavorano proprio alle possibili contromisure al drone. È quello che nel gergo militare viene definito un Nif, Nucleo iniziale di formazione: oggi coinvolge una decina tra uomini e donne dell’esercito, che a regime saranno una settantina. Il loro compito è quello di studiare materiali e tecniche per realizzare un sistema complesso anti-drone, e formare il personale.

«Stiamo lavorando su tre grandi aree» dice a Panorama il generale Antonello Zanitti, 53 anni, da due comandante in capo del Comaca: «e cioè sensori, strumenti di abbattimento e sistemi di gestione». Zanitti, un’esperienza più che ventennale nella contraerea (per qualche tempo anche in ambito Nato), è consapevole dell’importanza dell’incarico: «La tecnologia a disposizione del terrorismo è già anche troppo avanzata. In Iraq, per esempio, durante la battaglia per la riconquista di Mosul di un anno fa, i droni dell’Isis trasportavano piccoli ordigni esplosivi che lasciavano cadere sulle trincee della Coalizione: facevano decine di morti».

I droni, insomma, sono armi efficaci, economiche, di facile impiego. E per imparare a usarle il terrorismo islamico, tra Iraq e Siria, ha avuto per anni a disposizione addirittura uno scenario di guerra. Anche per questo i frequenti allarmi che arrivano dai sistemi d’intelligence o che vengono scatenati dalla continua apparizione di misteriosi droni, per esempio negli aeroporti, aprono scenari da brivido. «Noi non siamo impreparati» dice Zanitti «perché da almeno tre anni disponiamo di un sistema anti-drone. Ma il nostro centro di Sabaudia è fondamentale per creare qualcosa di davvero speciale».

I tecnici del Comaca, al momento, stanno lavorando a nuovi sensori. Un radar tradizionale, del resto, non rappresenta lo strumento più efficace per avvistare un piccolo drone di plastica in avvicinamento rapido, magari volando a un metro da terra. Per questo, le nuove tecnologie si basano su apparecchi capaci di captare le onde elettromagnetiche, oltre che su telecamere con visione termica. Allo stesso modo, anche i sistemi d’arma che servono all’abbattimento del drone non possono essere quelli tradizionali dell’antiaerea. I tecnici militari di Sabaudia hanno sulle scrivanie due progetti principali, uno cinetico e uno elettromagnetico. «Nel primo caso» spiega Zanitti «stiamo lavorando a più sistemi d’arma. Stiamo perfezionando, per esempio, un fucile che spara proiettili che in aria si aprono, creando una rete di quasi due metri di diametro che imbriglia il drone, facendolo cadere a terra».

L’arma, davvero suggestiva, la sta sperimentando il IV Reggimento alpini paracadutisti. Richiede un addestramento speciale per il militare che la usa, con un puntamento veloce, che anticipi i movimenti del drone. Un altro sistema di abbattimento utilizza invece l’elettromagnetismo: «Dato che i droni sono telecomandati» spiega Zanitti «basta bloccarne o confondere gli impulsi con un jammer, o spegnere i circuiti elettronici dell’apparecchio». Si possono usare quindi piccoli «cannoni» che emettono onde radio a 360 gradi, o in una precisa direzione. Gli effetti dell’arma possono essere diversi: a seconda della strategia che s’intende adottare, infatti, si può far cadere il drone oppure si può farlo atterrare dolcemente, ma anche immobilizzarlo in aria, o costringerlo a tornare alla base di partenza. Perché tutta questa strumentazione di avvistamento e di reazione funzioni efficacemente, deve essere governata da un sistema informatico decisamente avanzato: «A Sabaudia» annuncia il generale Zanitti «stiamo lavorando a un sistema complesso, capace d’integrare tra loro un numero in pratica infinito di sensori e di armi, e in grado di offrire la risposta migliore a seconda dell’obiettivo da difendere e del terreno di dispiegamento».

È evidente, del resto, che una cosa è predisporre la tutela di un grande evento che si svolge in un’area urbana; ben diverso, invece, proteggere truppe in un terreno di guerra, come Iraq o Afghanistan. Alla domanda se sia possibile integrare gli strumenti in via di elaborazione a Sabaudia con quelli in fase di sperimentazione o già realizzati da altri Paesi Nato, il generale Zanitti dà una risposta negativa: «Ogni Stato cerca di dotarsi di sistemi anti-drone fatti in casa ed è inevitabilmente geloso dei propri prodotti». Per questo, purtroppo, l’Occidente va avanti in ordine sparso.

Gli inglesi, per esempio, si sono orientati su un cannone che rileva droni usando videocamere con visione termica e poi spara potenti onde radio attraverso antenne direzionali. In Francia, invece, oltre che all’elettronica, ci si si sta affidando agli uccelli rapaci, specificamente addestrati per colpire gli apparecchi volanti. «L’impiego di sistemi anti-drone» sostiene Zanitti «diventerà presto molto diffuso. Già oggi noi siamo in grado di presidiare i grandi eventi, e in varie occasioni abbiamo piazzato macchine sperimentali per verificare la loro capacità di reazione a potenziali minacce. Ovviamente agendo in pieno coordinamento con le prefetture e con le forze di polizia».

Zanitti è consapevole della responsabilità che gli è stata affidata: «Negli occhi mi passa spesso un’immagine» racconta. «È quella di Angela Merkel che nel settembre 2013 parla a una folla di elettori, raccolti in una piazza di Dresda, quando all’improvviso davanti al suo palco si materializza un drone colorato. La Cancelliera e quanti le sono accanto si bloccano stupiti, sembrano ammirati per la macchina volante. Sorridono, incantati. Penso con un brivido che quello poteva essere l’inizio di una strage». Per fortuna, era soltanto un’azione dimostrativa.

Pochi sanno, però, che ce ne sono state altre. Due anni dopo lo strano show di Dresda, un altro politico importante era entrato nel mirino di un drone: nell’aprile 2015, un piccolo quadrimotore con il simbolo della radioattività era atterrato sul tetto dell’ufficio del primo ministro giapponese Shinz¯o Abe. La polizia, intervenuta in ritrado, aveva rilevate tracce di cesio a bassa radioattività. Poi si era saputo che l’iniziativa contestava le politiche nucleari del governo. Anche a Tokyo, come a Dresda, avrebbe potuto essere una strage. Da allora sono passati altri anni, le tecniche si sono affinate, il potenziale nemico ha potuto addestrarsi. A Sabaudia, per fortuna, c’è chi si sta attrezzando per fermarlo. 

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