Carmelo Abbate

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E se domani mi svegliassi e scoprissi che non mi è più concesso di vivere in pace nel posto dove sono nato e cresciuto? Se mi ritrovassi nell’incubo di non avere i mezzi materiali per mantenere la mia famiglia, per garantire loro una esistenza libera e dignitosa?

Non ci penserei più di un minuto. Non resterei passivo, con le mani in mano, a subire l’inesorabile corso degli eventi. Partirei, diventerei migrante, immigrato, illegale, clandestino, profugo, rifugiato. Farei il possibile e l'impossibile, il lecito e l'illecito, per restituire dignità alla mia famiglia. E alla mia vita.
Altro che frontiere, blocchi, filo spinato, muri. Sarei sordo, sarei cieco, sarei pazzo. Ogni ostacolo che dovessi trovare sulla mia strada, lo aggirerei. E quando proprio non mi fosse possibile, lo butterei giù a testate. Niente e nessuno potrebbe fermarmi, fino al mio ultimo respiro.

Non sappiamo nulla di questi stranieri che arrivano da posti lontani a turbare i nostri sonni per farci risvegliare con una morsa di angoscia che ci blocca il respiro. Abbiamo paura, soprattutto perché non conosciamo nulla di loro, ignoriamo chi siano, da quali sentimenti sono mossi, da cosa realmente fuggono, al di là di quattro ritornelli sulle guerre e carestie che leggiamo sui giornali e che abbiamo imparato a memoria.

Loro sono il mostro che credevamo lontano e che invece si materializza sotto i nostri occhi. Rappresentano quelle forze oscure, cattive, potenti, che turbano la nostra quotidianità, che credevamo così distanti da noi, invece ecco arrivare i loro ambasciatori, i loro fattorini che recapitano cattive notizie.

Gli immigrati ci sbattono in faccia la nostra vulnerabilità, la fragilità del nostro benessere, per di più in un momento in cui sentiamo tremare la terra sotto i nostri piedi, crollare le nostre certezze esistenziali. 

Ciò non toglie che uno stato deve darsi delle regole, serie, chiare, precise, dure, perfino crudeli. Norme che non devono cambiare ogni giorno o la cui applicazione risultare elastica sulla base dell’isteria politica del momento. L’immigrazione va gestita con la testa, non con il cuore. E il rispetto per i disperati inizia proprio da qui, dalla certezza delle regole.

Ma non saremo mai in grado di affrontare al meglio un problema epocale, se non faremo uno sforzo per capire come sia possibile che delle persone umane attraversino il mare ammassati l’uno addosso all’altro su delle bagnarole. La chiamano "bruciata", dall’altra parte del Mediterraneo. Perché un momento prima di salire sulla barca azzeri la tua identità, la tua storia, la tua vita.

Se arriverai di là, sarà come rinascere a nuova vita. Ricominciare da capo. E forse non ti guarderai più indietro, e forse ti lascerai alle spalle perfino tua madre e tuo padre che per farti partire hanno venduto il frigorifero di casa.

Ci ho provato più volte, in passato, a mettermi nei loro panni. Diverse inchieste, tante prove sul campo, tante sofferenze patite insieme con loro. Ben sapendo però che la mia era tutta una finta, e che sarei uscito dalla recita semplicemente premendo un pulsante. Salvo una notte, nelle serre siciliane tra Modica e Ragusa, quando ho sentito la mia stessa vita in pericolo.

A che cosa mi è servito? Ho imparato che l’immigrazione è un fiume carsico. Non lo puoi fermare. Ho capito che la nostra arma più efficace per contrastare questi stranieri è la solidarietà.

 

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