Nadia Francalacci

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Oramai da quasi 24 ore, tra i cittadini abruzzesi si è scatenato il panico. Dopo la neve e il terremoto del 18 gennaio scorso, adesso si evoca "l'effetto Vajont" per la diga di Campotosto, che si trova proprio su una faglia sismica riattivata dalle recenti scosse.

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A parlare di possibili slittamenti di terra e rocce (ed ovviamente anche neve) all’interno dell’invaso di Campotosto, il secondo bacino più grande d'Europa, è Sergio Bertolucci, il presidente della Commissione Grandi Rischi.

Le valutazioni del gruppo di studiosi che si è riunito due giorni fa, in seguito proprio del terremoto con epicentro a Monreale, non sono state rassicuranti. Ecco quali sono gli aspetti principali.

Possibili terremoti con magnitudo 7
Il primo aspetto è quello che riguarda la sequenza delle scosse che da agosto ad oggi hanno quasi raggiunto quota 50 mila. Non ci sono, infatti, segnali che questa sia in “esaurimento". Anzi, nella relazione finale della Commissione Grandi Rischi, sono possibili nuove scosse fino ad una magnitudo 7 in tre aree contigue alla faglia principale responsabile della sismicità in corso.
Le zone interessate sono quelle a Nord e a Sud della faglia del Monte Vettore-Gorzano e quelle sul sistema di faglie che collega le aree già colpite dagli eventi di L'Aquila del 2009 e di Colfiorito del 1997.

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Possibile “effetto Vajont”
Poi c’è l’aspetto ad oggi ancor più preoccupante alla luce di quanto è avvenuto all’hotel Rigopiano, travolto e sommerso da una valanga che ha trascinato a valle non solo la neve ma anche terra e rocce, ovvero quello delle dighe.

Nella zona di Campotosto c’è uno dei bacini più vasti e importanti per capienza del continente europeo composto da tre dighe quella di Sella Pedicate, di Rio Fucino e di Poggio Cancelli.

Una di queste tre dighe si trova a pochissimi metri da una faglia che si è parzialmente riattivata. I movimenti di questa faglia potrebbero causare lo slittamento all’interno dell’invaso di tonnellate di materiali che potrebbero a sua volta generare un’onda come quella provocata nella diga del Vajont in Friuli nel 1963 e nella quale persero la vita 1.917 persone tra cui 480 bambini. Ma potrebbe davvero verificarsi un fatto analogo a quello del Vajont?

Lo abbiamo chiesto a Francesco Brozzetti, professore dell’unità di ricerca del Crust, Centro di ricerca interuniversitario sulla sismotettonica dell’Università di Chieti, per cercare di capire quali sono veramente i rischi per le popolazioni locali.

Professor Brozzetti, perché proprio adesso si pone l’attenzione sulla diga di Campotosto? E quanto realmente il livello di allerta è elevato?
Il lago di Campotosto è un invaso artificiale costruito sfruttando proprio una depressione tettonica. Questo è il primo aspetto importante da considerare. Dunque, una zona depressa che si è generata da un movimento distensivo della crosta terrestre dovuto all’attività della faglia di Monte Gorzano. Queste stesse faglie che sono state all’origine di questa area, adesso si sono riattivate dopo almeno 1000 anni di quiete. Un lunghissimo periodo che viene definito “ciclo di ricarica” dell’energia. Ed è proprio questo lungo “silenzio” ad aumentare i livelli di allerta in quanto questa energia, accumulata dalle rocce, è destinata a essere rilasciata. Oggi queste faglie si sono riattivate, ed una in particolare che dista poche decine di metri da una delle tre dighe, potrebbe rilasciare energia provocando un sisma la cui intensità potrebbe raggiungere anche i 6.6 di magnitudo. L’intensità del sisma sarà determinata dal rilascio di questa energia in un unico evento o in più terremoti.

Si potrebbe davvero temere un “effetto Vajont”?
Ogni terremoto ha i suoi “effetti secondari” tra cui, particolarmente frequenti sono le “frane” che possono avere dimensioni e volumi ogni volta diversi. Detto questo, credo che la situazione di Campotosto sia molto diversa da quella del Vajont in quanto sono molto differenti i rilievi che delimitano il lago. La struttura del Monte Toc nel Vajont, è caratterizzata da strati di roccia a “franapoggio” ovvero disposti con la stessa inclinazione del pendio e con una forte presenza di argilla che ne agevola e amplificato la franosità. Nel caso di Campotosto, invece, abbiamo degli strati di roccia cosiddetti a “reggipoggio”, ossia con una pendenza opposta al versante e al lago. E quindi che tende a “sfavorire” un eventuale slittamento di parte della montagna verso l’acqua delle dighe. Precisato ciò, occorre anche dire che vi sono fratture di origine tettonica che potrebbero agevolare uno slittamento di parte del versante, ma che non hanno dimensioni paragonabili a quelle che hanno determinato l’effetto Vajont. A mio avviso è possibile che si verifichi una rottura della diga con conseguente tracimazione improvvisa delle acque.

Si spieghi meglio…
Un sisma importante potrebbe danneggiare la struttura della diga e determinarne la tracimazione. Gli effetti sarebbero meno violenti e devastanti del Vajont, ma indubbiamente molto importanti per tutti i paesi a valle. Ecco perché ritengo si debba procedere ad un graduale e lento svuotamento della diga.

Alcuni sostengono che lo svuotamento potrebbe generare nuovi terremoti...
Eventualmente si potrebbe parlare di micro sismicità ma non certamente di terremoti di magnitudo importante. Queste ricerche, purtroppo, sono ai primordi e non vi sono dati certi. Resta il fatto che, in via precauzionale, sarebbe opportuno procedere ad un lentissimo svuotamento dell’invaso.

Intanto per l'Enel, che gestisce l'infrastruttura, la diga “è sicura” ma, proprio alla luce della difficile situazione idrogeologica di questi giorni, ha deciso, come misura cautelare, di procedere ad una progressiva riduzione del bacino", che ha il 40% del volume invasato.

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