Cronaca

Criminalità social, il macabro piacere del selfie con la vittima

Sempre più spesso la vittima di bullismo o di un delitto passionale viene immortalata in un selfie scattato dal suo aguzzino

Nadia Francalacci

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Uccidere e poi scattarsi un selfie con la propria vittima. Oppure seviziare e subito dopo immortalarsi con l'"oggetto" del proprio macabro piacere. Basta un scatto per appagare questi aguzzini che spesso sono poco più che adolescenti. Con quello “scatto” finale, considerano completata l'opera. Non siamo in un film, siamo nella realtà. È questa una delle ultime gravi perversioni di oggi.

Negli ultimi anni molti giovani minorenni o ragazzi di una età compresa tra i 18 e i 25 anni sono finiti in carcere per aver seviziato o ridotto in fin di vita coetanei o fidanzati delle ex compagne oppure le donne che li avevano respinti. Ma prima di lasciare le loro vittime agonizzanti o il luogo del delitto non hanno esitato a mettersi in posa davanti all’obiettivo, a volte anche sfoggiando un macabro sorriso compiaciuto.

Silvio Ciappi, criminologo e psicologo, cosa spinge questi ragazzi ad immortalarsi con coloro che hanno fatto soffrire o ucciso?
Un istinto di impossessamento di un oggetto. Mi spiego meglio. La vittima in questi casi diviene un mero e semplice oggetto immortalato in una foto, un sorriso, un volto, un corpo, non una persona reale. Questa è la versione 2.0 della criminalità di oggi, la potremmo chiamare criminalità "social", in quanto vi è alla base un'idea di relazione basata su persone che in fondo apprezziamo o odiamo solo sulla base di caratteristiche che non provengono dalla relazione reale quanto da immagini, frasi, messaggi. Così si cercano amicizie in rete, cosi anche vittime, proiezioni allo stato puro in certi casi limitati e tragici delle proprie fantasie distruttive.

Perché oggi l'assassino si mette in primo piano "sullo stesso livello" della vittima?
L'omicidio è scambio, interazione, relazione. Con la vittima intratteniamo un rapporto che purtroppo diviene eterno, incancellabile, come un tatuaggio. La morte adesso sopravvive alla vita, sotto forma di feticcio. Questo genere di persone agiscono e la pensano così. Ecco perché la foto in comune, ecco perché la tragica unione di due volti, in uno scatto immateriale.

Lei ha seguito alcuni di questi assassini. Che motivazione le hanno dato? Come si sono giustificati? Quale sentimento hanno provato dopo essersi fatto il selfie?
Tra aggressore e vittima c'è spesso una strana e profonda sintonia, anche se spesso questo è solo nella testa dell'aggressore e non della vittima. Ogni omicidio è sempre e comunque relazionale. Ecco perché si conservano parti della vittima, si tengono per sé oggetti e anche le foto non sfuggono a questo rituale feticistico. Avere un pezzo della vittima con sé fa parte di una perversione intesa come amore per un oggetto parziale, per un pezzo della persona che non si riesce a vedere nella sua interezza. La foto rientra indubbiamente in queste caratteristiche così come lo stalking telematico o reale attraverso il quale l'aggressore si avvicina alla vittima seguendone i passi e vedendola come animale mobile, come bersaglio e proiezione delle proprie pulsioni.


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