Giorgio Sturlese Tosi

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La notizia è arrivata in questura come una doccia fredda. Nessuno dei cinque anarchici greci ritenuti responsabili delle devastazioni commesse nel centro di Milano in occasione dell'inaugurazione dell'Expo, il primo maggio 2015, finirà in carcere. La Grecia non annovera, nel proprio codice penale, il reato di devastazione e saccheggio che, invece, in Italia prevede una pena fino a 15 anni. Nonostante proprio gli anarchici greci siano considerati i più attivi negli scontri che hanno messo a ferro e fuoco interi quartieri di Milano.

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20 mila ore di filmati

Eppure, per arrivare a dare un nome a quelle maschere nere, che a capo di un blocco di 300 persone hanno provocato danni per almeno 3 milioni di euro, gli uomini della Digos milanese per mesi hanno lavorato notte e giorno. Chiusi dentro una stanzetta in penombra al terzo piano di via Fatebenefratelli, tre assistenti di Polizia, tutti pugliesi ma a Milano da anni, si sono consumati gli occhi a visionare 20 mila ore di filmati, pari a 600 giga di memoria digitale, effettuati dalle telecamere della polizia, del comune, ma anche dei mezzi di informazione e dei cittadini che le hanno messe a disposizione degli investigatori presentandosi spontaneamente in questura.

I tre pugliesi, che hanno lavorato su due computer, hanno messo la pistola nel cassetto e si sono tappati in ufficio. Il dirigente della Digos Claudio Ciccimarra racconta che per loro "non sono state le notti in bianco e le ferie cancellate il vero sacrificio, ma proprio il dover restare per due mesi seduti su una sedia". Perché i tre pugliesi sono sbirri da strada, di quelli che dal capo, in ufficio, si fanno vedere solo per consegnare i verbali. Sono anni che, in borghese, mischiati tra i manifestanti, partecipano a cortei, assemblee, concerti, contestazioni.

Mescolati alla folla

C'erano anche loro quando il variegato e multicolore corteo della MayDayParade attraversava le strade di Milano. E c'erano quando, dopo aver fatto esplodere decine di fumogeni per creare una cortina impenetrabile, tra corso Magenta, via Carducci e piazza Cadorna, gli antagonisti si sono mascherati, indossando abiti neri, passamontagna, caschi e, soprattutto, armandosi. L'arsenale era a loro disposizione, a bordo di uno dei camion che accompagnava, con musica e bevande, i manifestanti. La digos lo sapeva ma ormai era troppo tardi per intervenire. La guerriglia sarebbe stata combattuta in mezzo alle migliaia di studenti, operai, pensionati, donne e bambini che animavano quella che per appena un'ora è stata una manifestazione pacifica.

Una volta armati e travisati, i 300 hanno attuato un piano studiato e programmato da mesi. Ventisette auto danneggiate, 17 incendiate, dieci banche assaltate, 19 negozi devastati, centinaia di muri imbrattati. Poi, quando ormai l'aria era diventata irrespirabile per i lacrimogeni della polizia, per i fumogeni degli antagonisti e per il fumo acre delle macchine in fiamme, i black block hanno alzato un'altra cortina colorata, si sono tolti i vestiti neri, hanno deposto bastoni, coltelli, mazze e bulloni e si sono sparpagliati.

Le identificazioni

Come identificarli? Il lavoro svolto dalla digos non ha precedenti in Italia. Ed è stato impostato da Bruno Megale, ora questore a Caltanissetta, dirigente della "politica" e in prima fila nel fronteggiare i black block quel primo maggio. Per la prima volta sono stati repertati cento profili biologici proprio da quelle maschere antigas indossate e poi gettate dai più violenti, dai cappucci delle loro felpe nere, dalle maglie che hanno trattenuto il loro sudore. E quei dna sono stati inviati anche alle polizie degli stati da cui provenivano i più duri, francesi, spagnoli e greci. Poi è stata la volta dei video. Da ogni fotogramma che aveva immortalato un black block si è cercato un dettaglio anche minimo: una stringa colorata delle scarpe, un polsino sdrucito, un portachiavi agganciato ai passanti dei pantaloni. Impossibile, infatti, riconoscere gli autori delle devastazioni dall'abbigliamento, tutto omologato, tutto comprato nello stesso posto, tutto uguale. Quei dettagli sono stati messi da parte. E la ricerca è ricominciata. Per ritrovarli nelle immagini dei manifestanti quando ancora erano a volto scoperto, vestiti normalmente. Infine, quando si è trovata la corrispondenza, i tre investigatori della Seconda Squadra "sinistra" hanno dovuto dare un nome a quei volti. I computer a loro disposizione erano solo due, proprio perché si alternassero al monitor e condividessero le loro senzazioni. "Una volta associato il nome al volto - spiega il loro dirigente - il funzionario della sezione dava l'ok".

Ancora al lavoro

Quel lavoro immane ha permesso al procuratore aggiunto Piero Basilone e al sostituto Maurizio Romanelli di chiedere dieci ordinanze di custudia cautelare in carcere, cinque a carico degli anarchici greci che per ora l'hanno fatta franca ("Ma che non potranno più uscire dalla Grecia perchè il mandato di catture è europeo" precisa il dirigente della digos) e cinque a carico di altrettanti antagonisti milanesi, noti da anni alle forze dell'ordine per precedenti reati commessi durante le manifestazioni. Il lavoro però non è ancora finito. Dopo una breve pausa di meritato riposo, i tre assistenti sono tornati al lavoro, continuano a visionare ore ed ore di filmati. Altri responsabili dei danneggiamenti sono stati individuati, i loro nomi trasmessi alla procura e, a breve, scatteranno altri ordini di cattura. I "movimenti", con la MayDayParade No Expo del primo maggio sono stati cancellati, implosi nel dibattito sul fallimento delle proprie iniziative provocato proprio dagli amici in tuta nera che hanno invitato, appoggiato e coperto. I black block ora sono stati isolati dai compagni e i loro nomi, grazie anche alle indagini dei tre assistenti pugliesi rinchiusi in un ufficio buio al terzo piano di via Fatebenefratelli, inseriti negli schedari di polizia.

 

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